Wilbur Smith.
.
LEOPARD ROCK. L'AVVENTURA DELLA MIA VITA.
.
Parte 1.
.
Titolo originale: On a leodard rock: a life of adventures. 2018.
2018. HarperCollins Italia Editore.
...
.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Presentazione.
.
Unautobiografia che  un libro d'avventura.
.
Con la consueta maestra, Wilbur Smith racconta gli episodi pi personali da cui hanno preso vita i suoi romanzi: dagli attacchi dei leoni agli incontri ravvicinati con feroci squali sulla barriera corallina, da quando si  perso nella savana senz'acqua o ha strisciato attraverso tunnel precari nelle miniere d'oro fino alla pesca dei marlin insieme a Lee Marvin e alla morte sfiorata durante un atterraggio d'emergenza su un Cessna, dalle terribili esperienze vissute a scuola fino alla rinascita attraverso la scrittura e l'amore. "Leopard Rock", dal nome della tenuta in Sudafrica che ha visto nascere i suoi personaggi pi riusciti,  la testimonianza di uno scrittore la cui vita non ha nulla da invidiare ai romanzi che ci ha regalato.
...
.
...
L'Autore.
.
Wilbur Smith  un fenomeno globale, un autore affermato, con un pubblico di lettori vasto e affezionato che  cresciuto costantemente nel corso di cinquantacinque anni di onorata carriera da scrittore. I suoi romanzi hanno venduto oltre centotrenta milioni di copie in tutto il mondo. 
.
Nato nel 1933 in Africa centrale, si  dedicato alla scrittura dopo il successo del suo primo romanzo, "Il destino del leone" (1964), e da allora ha pubblicato pi di quarantuno titoli fra cui le celebri serie dedicate ai Courtney, ai Ballantyne, a Hector Cross e il ciclo ambientato nellAntico Egitto, oltre a numerosi altri romanzi, tutti supportati da meticolose ricerche e informazioni raccolte nel corso di viaggi e spedizioni in tutto il mondo. I suoi libri oggi sono tradotti in ventisei lingue. Nel 2015 ha fondato la Wilbur and Niso Smith Foundation, con la quale si propone di incentivare gli scrittori, promuovere la cultura e sostenere la narrativa davventura. Fiore allocchiello della fondazione  il prestigioso Wilbur Smith Adventure Writing Prize. 
...
.
...
Commenti.
...
.
...
Un memoir familiare pi adrenalinico di qualsiasi fiction. Claudia Morgoglione, La Repubblica.
Unautobiografia che pare unavventura. Corriere della Sera.
La maggior parte del memoir vive, come i romanzi, di azioni spettacolari, foreste, animali, civilt perdute, diamanti, pirati, guerre, ma anche di senso della famiglia e tradizione. Alessia Rastelli, Corriere della Sera.
Wilbur Smith vi condurr in un eccitante e appassionante viaggio che non dimenticherete mai. The Sun.
...
.
...
Presentazione. dell'Autore.
...
.
...
Scrivo libri da oltre cinquantanni. Sono stato abbastanza fortunato da evitare le grandi guerre e non esserne colpito, ma al tempo stesso sono cresciuto tra gli eroi che vi hanno partecipato e ho imparato dal loro esempio. Nella mia vita ho avuto spesso molta fortuna. Ho fatto cose che al momento sembravano pericolosissime, addirittura disastrose, ma da queste esperienze sono nate una nuova storia o una conoscenza pi approfondita degli esseri umani, e la capacit di esprimermi meglio sulla pagina e scrivere libri che la gente ama leggere. Ho vissuto una vita che mai avrei potuto immaginare. Ho avuto il privilegio di conoscere persone di ogni angolo del mondo e sono stato ovunque il mio cuore abbia desiderato, e nel frattempo i miei libri portavano i lettori in molti, moltissimi luoghi. Dico sempre che ho fatto scoppiare guerre, dato fuoco a citt, e ucciso centinaia di migliaia di persone, ma solo con l'immaginazione!"
...
.
...
C stato un momento nella mia vita in cui trovavo molto eccitante il pericolo: pilotavo aerei, guidavo auto veloci, uscivo con donne ancora pi veloci, davo la caccia ad animali pericolosi, tutte attivit che mi spingevano verso lorlo del precipizio. Ho attraversato momenti difficili, ho preso decisioni sbagliate, ho visto persone care morire fra le mie braccia, ho passato notti in bianco senza concludere nulla, ma alla fin fine tutto questo ha reso la mia vita straordinariamente piena e magnifica.
...
.
...
Indice di questa parte.
...
.
...
CAPITOLO 1. CREPUSCOLO.
CAPITOLO 2. LEONI NELLA NOTTE.
CAPITOLO 3. QUESTA VITA DA BAMBINO.
CAPITOLO 4. QUESTA VITA DA RAGAZZO.
CAPITOLO 5. QUESTA VITA DA STUDENTE.
CAPITOLO 6. QUESTA VITA SOTTO TERRA.
CAPITOLO 7. LA LEGGE  UN SOMARO.
CAPITOLO 8. QUESTA VITA PER MARE.
CAPITOLO 9. QUESTA VITA IN VOLO.
CAPITOLO 10. QUESTA VITA A HOLLYWOOD.
Inserto fotografico.
...
.
...
FINE Indice.
...
.
...
CAPITOLO 1. CREPUSCOLO.
...
.
...
L'Africa  antica, sconfinata, maestosa, una terra di morte e rinnovamento. Possiamo pensare che l'uomo sia la specie dominante, ma in queste pianure senza tempo, sotto un cielo azzurro che sembra tremolare per i raggi roventi del sole, la vita ha ritmi che prescindono da noi. Qui ci  dato di essere liberi e il nostro spirito pu trovare sollievo, ma solo se in cambio offriamo rispetto, lealt e umilt.
.
Nel sole di mezzogiorno, mia moglie e io cerchiamo l'ombra e io sto il pi possibile immobile, con la schiena appoggiata a un albero, per risparmiare energie. Bevo un sorso d'acqua. L'erba  tagliente e secca, dorata dalla polvere, e riesco a sentire la vita scorrere lenta nell'aria, nei cespugli, nel terreno, un mormorio meccanico come il fluire del sangue che pulsa nelle mie vene. La natura selvaggia  bella come l'amore e letale come il crepacuore. Mi volto verso mia moglie e lei mi guarda con un sorriso, ma a volte mi sembra di scorgere nei suoi occhi una sorta di piet per quest'uomo inquieto, condannato a un eterno peregrinare in cerca di qualcosa che non sa definire e che probabilmente sar sempre al di fuori della sua portata. A che genere d'uomo ha scelto di legarsi? Qual  il viaggio che ha deciso di affrontare?
.
Una settimana fa era seduta insieme a me in un rozzo capanno da caccia fatto d'erba, a scrutare dalla feritoia lo stretto cunicolo che i portatori d'armi avevano ricavato nel fitto sottobosco, perch un proiettile che viaggia a novecento metri al secondo pu essere deviato anche dal ramoscello pi piccolo. Il cunicolo misurava cinquantacinque metri esatti per consentirci di prendere la mira con precisione millimetrica.
.
Il mio fucile poggiava sulla biforcazione di un ramo davanti a me, e dovevo sollevarlo di quattro o cinque centimetri appena per essere pronto a mirare e sparare. Era un 416 Rigby, regalo di mia moglie per il nostro decimo anniversario.
.
Prima di lasciare l'accampamento ci eravamo lavati con un sapone senza profumo per ridurre il rischio che i grandi felini percepissero il nostro odore; altrimenti avrebbero potuto fiutare la nostra presenza da tre chilometri di distanza anche sottovento.
.
Avevamo usato come esca la carcassa di una bufala, e il puzzo penetrava a folate nel nostro nascondiglio mentre stavamo appostati sottovento. Avevo scelto una femmina che aveva superato da tempo l'et fertile e apparteneva a un branco formato da diverse centinaia di quei muscolosi bovini neri. Il proiettile era penetrato nella spalla trapassandole il cuore e la bestia era morta prima ancora di toccare terra. Il fragore della detonazione era echeggiato nella pianura e la mandria si era dispersa, mentre il sangue sgorgava dalla ferita nella luce cruda del sole e il cupo muggito d'agonia dell'animale mi attraversava come una scarica elettrica, suscitando in me un'ondata di euforia e rimpianto.
.
I tracciatori avevano tagliato a pezzi la carcassa per poi issarla su un albero, a un'altezza tale che un leone, rizzandosi sulle zampe posteriori, avrebbe potuto cibarsene ma non portarla via. Di l a breve sarebbero comparsi i mosconi blu-verdi della carne, come scintillanti cuscinetti a sfera attirati da una potente calamita, che avrebbero accelerato il processo di decomposizione.
.
L'odore della morte porta con s un timore primordiale, e mentre aspettavamo che i felini si accorgessero della preda il sole si abbass lentamente nel cielo conferendo alla boscaglia una sfumatura albicocca e ai colori un'intensit particolare, quasi fossero saturi della loro stessa bellezza. Incoraggiati dal crepuscolo, gli uccelli uscirono a contendersi il territorio, rivendicandone la propriet con roco abbandono, mentre i pappagalli si lanciavano in picchiata come frammenti di arcobaleno. C'erano anche un paio di nettarinie, nervose e volubili nel loro piumaggio iridescente, che succhiavano il nettare da alcuni fiori gialli.
.
Tutto a un tratto l'aria parve vibrare di tensione. Un animale entr con passo felpato nell'area di caccia sotto la carcassa. Sollevai il fucile e tolsi silenziosamente la sicura cercando di distinguere cosa si accingesse a cibarsi della bufala. I raggi del sole morente colpirono il suo manto dorato, illuminando la gola color crema, le morbide orecchie dalla punta nera e lo sguardo fisso dei vigili occhi gialli, con le pupille nere simili a punte di freddi pugnali d'acciaio mentre scrutavano il cunicolo fermandosi sul sottoscritto, che lo osservava da dietro la canna del fucile.
.
Era un felino maestoso, slanciato e flessuoso. Non esiste animale selvatico pi elegante.  in momenti del genere che rifletto sui micidiali calcoli che attraversano il cervello di un leone mentre valuta il pericolo o l'opportunit che ha di fronte. L'uomo si trova in una posizione di vantaggio, ma non sempre. Una lieve pressione sul grilletto, per dirla con Hemingway, come l'ultima rotazione della chiavetta che apre una scatola di sardine, e tutto sarebbe finito. Inquadrai nel mirino la testa del felino. Non aveva criniera; era una leonessa. Non potevo sparare. Era troppo preziosa per la procreazione, e per giunta sono previste ingenti sanzioni e persino la detenzione per chi uccide una femmina. I safari legali sono ben organizzati e costituiscono uno dei pi efficaci metodi di salvaguardia della fauna, in Africa, e io ho dei principi da cui non mi discosto mai. Se sei leale alla terra, essa ti accoglie nel suo abbraccio; se uccidi in maniera indiscriminata, la tua anima finir all'inferno.
.
La leonessa si rizz sulle zampe posteriori e cominci a sbranare la carcassa della bufala con un appetito selvaggio, violento.
Mia moglie e io osservammo in silenzio quella forza primordiale che non mancava mai di farmi correre un brivido lungo la schiena.
Tornammo per diversi giorni nello stesso luogo, restando appostati per molte ore, ma il vecchio maschio non comparve mai. Forse conosceva i nostri trucchi, non era ancora pronto ad arrendersi e avrebbe imperversato fino alla fine dei suoi giorni.
.
Quella mattina avevamo visto cud e cervicapre nelle radure erbose che si aprivano nella foresta. Sul sentiero sabbioso si distinguevano le tracce degli animali che lo avevano attraversato durante la notte. C'erano escrementi di elefante ancora fumanti nell'aria fredda dell'alba, un cumulo alto fino al ginocchio. Doveva averli lasciati un vecchio pachiderma con i denti ormai quasi inutilizzabili, perch erano pieni di rametti e foglie pressoch interi, segno che non riusciva a masticare. Nella polvere c'erano impronte circolari grandi come i coprimozzi di un'auto, orme lisce lasciate dalle sue zampe ormai consumate come pneumatici privi di battistrada. Si trattava di un maschio grande e anziano, ed era vicino.
.
Ci arrampicammo su una kopje e arrivammo in cima proprio mentre il sole spuntava da dietro la foresta; tutto intorno a noi il paesaggio brillava sotto i raggi del nuovo giorno, la vita che riprendeva in un'esplosione di colori. Il tracciatore ci indic una macchia di vegetazione a poco pi di tre chilometri di distanza. C'era qualcosa di grigio, che sarebbe stato impossibile distinguere da un masso roccioso finch non si mosse. Scendemmo lungo il fianco della kopje, fino alla pianura di erba dorata. Seguimmo la pista nel terreno spugnoso, osservando i punti in cui l'elefante aveva strappato rami e corteccia dagli alberi mentre mangiava.
.
Pi tardi ci fermammo per una breve pausa e, seduto a gambe incrociate con il Rigby in grembo e la schiena appoggiata a un albero, osservai l'elefante. Le zanne di un maschio di quelle dimensioni potevano pesare fino a quarantacinque chili l'una. Come gli esseri umani possono essere mancini o destrorsi, anche gli elefanti hanno una zanna dominante, il che significa che una delle due pu essere pi corta dell'altra o persino spezzata. Ai tempi di mio nonno l'obiettivo era l'avorio, e pi nobile era l'animale pi grande era il desiderio di conquistare il trofeo. Ma io sapevo che l'importante  l'inseguimento in s: una volta uccisa la preda, ti rimane solo della carne morta. L'istinto di cacciare  insito in ogni uomo; alcuni lo reprimono, altri lo camuffano con comportamenti strani e insondabili, altri ancora scatenano guerre. Io scelgo di andare avanti senza mai guardarmi indietro, e cacciare  ci che ho sempre fatto. Lo stesso vale per la scrittura: metto il cuore e l'anima in ogni libro che scrivo.
.
Avevo otto anni quando mio padre, Herbert Smith, mi regal il primo fucile, un .22 Remington. Uccisi il primo animale poco tempo dopo, e lui me ne spalm il sangue sul viso come in un rito d'iniziazione: ero un nuovo cacciatore, e il sangue era segno che stavo diventando uomo. Non mi feci il bagno per giorni.
Sul fucile erano intagliate centoventidue tacche, una per ogni animale cacciato con quell'arma. "Ora appartiene a te, Wilbur" disse mio padre, "ma  accompagnato da alcune regole, da un codice d'onore. Farai fuoco senza correre rischi. Sparerai con precisione. Ucciderai solo ci che intendi mangiare."
.
Il Remington era appartenuto a mio padre e prima ancora a mio nonno, Courtney James Smith. Nonno Courtney era stato un capo carovana durante la corsa all'oro nel Witwatersrand nel penultimo decennio dell'Ottocento, e prima ancora, nel corso della guerra anglo-zulu (la guerra, combattuta nel 1879 fra il Regno Unito e il Regno Zulu nell'Africa Meridionale, che segn la fine della nazione indipendente degli zulu) aveva comandato una squadra di fucilieri armati di mitragliatrice Maxim, che decimava i nemici con seicento colpi al minuto. Era un tipo tosto, con le idee chiare e una serie inesauribile di aneddoti autocelebrativi di dubbia autenticit.
.
Aveva la caccia nel sangue. Da piccolo sedevo accanto a lui e lo ascoltavo raccontare delle grandi cacce all'elefante che erano state fonte di divertimento e di carne per mantenere la famiglia. "Non dai la caccia a un elefante con il fucile, lo uccidi con i piedi" diceva. Lo sfiniva inseguendolo a piedi, perch agli inizi del Novecento non esistevano veicoli a quattro ruote motrici. Abbatteva il maschio pi grande e anziano con un colpo pulito, uccidendolo prima ancora che si accorgesse di essere inseguito.
.
A quei tempi il cacciatore di animali di grandi dimensioni godeva di profondo rispetto. Gli eroi di mio nonno erano uomini come Karamojo Bell, un avventuriero scozzese che operava nell'Africa Orientale ed era considerato il miglior cacciatore d'avorio di tutti i tempi, oltre a essere famoso per aver perfezionato il difficile colpo in diagonale da dietro noto come colpo Bell, che uccideva l'elefante all'istante. C'era anche Frederick Selous, esploratore, cacciatore e ambientalista alle cui straordinarie imprese  ispirato Allan Quatermain, il personaggio creato da H. Rider Haggard. Tra il 1874 e il 1876 Selous uccise settantotto elefanti con un moschetto a canna corta che sparava proiettili da 114 grammi. Era una specie di Indiana Jones, un gentiluomo vittoriano con una vena selvaggia e indomabile.
Quell'epoca  ormai scomparsa, proprio come mio padre e mio nonno. Lo spirito dei tempi  cambiato e oggi abbiamo eroi diversi, icone mediatiche, celebrit che sono forse meno reali degli idoli del passato.
.
Dormo, sogno, il nonno  vivo nella mia immaginazione. Sento ancora la sua voce...
Il calore del sole si stava attenuando rispetto al picco di intensit del mezzogiorno, cos riprendemmo l'inseguimento. L'occhio del tracciatore capo riusciva a cogliere le anomalie nel manto erboso, i lievi graffi sulle rocce dove le zampe dell'elefante avevano raschiato via il lichene. In una gola fra due colline c'era una pozza di acqua salmastra e puzzolente, ma il maschio aveva bevuto, lasciandosi dietro un ammasso di escrementi giallastri. Pi avanti aveva mangiato i frutti di una macchia di marule, quelli che si dice possano intossicare e condurre alla pazzia gli elefanti se sono rimasti a fermentare sul terreno.
.
Sai, Wilbur, un elefante maschio deve mangiare pi di una tonnellata di vegetazione al giorno e per nutrirsi deve fermarsi.  a quel punto che diventa pi vulnerabile. A causa della vista debole e degli occhi posizionati nella sezione posteriore del cranio, la sua visione anteriore  compromessa e le enormi orecchie possono impedirgli di vedere dietro di s. Ma ha un udito finissimo e riesce a percepire il movimento con incredibile precisione.
.
Udimmo un brontolio, una specie di forte ronzio che echeggiava nel silenzio della pianura, il rumore di un elefante tranquillo che mangia soddisfatto. Ci addentrammo nella boscaglia e all'improvviso ci fu un'esplosione di rametti che si spezzavano, rami strappati dagli alberi... E poi eccolo l, con le orecchie gigantesche che oscillavano piano, e vidi il suo occhio ingrigito dall'et, che lacrimava come se lui fosse consapevole di essere ormai vecchio e prossimo alla morte. Fu un momento colmo di tristezza, di una malinconia che sal rapida come la marea, spazzando via tutta la determinazione precedente.
.
Le zanne enormi erano un fardello gravoso che si faceva di giorno in giorno pi pesante e le giunture gli dolevano a ogni passo. Se aveva superato i settant'anni, probabilmente la sesta serie di molari era ormai consumata ed era quindi destinato a morire lentamente di inedia, perch l'erba tenera e i frutti, le uniche cose che poteva mangiare, non riuscivano a fornirgli il sostentamento necessario. Aveva la pelle cascante e solcata da rughe profonde come crepe, eppure appariva fiero, possente, determinato.
Un colpo al cervello lo avrebbe ucciso all'istante. Sollevai il fucile, affidandomi all'esperienza e all'istinto. Feci un respiro profondo, ma non riuscii a rallentare il battito del mio cuore.
.
Il vecchio maschio che avevo inquadrato nel mirino, a non pi di venti metri di distanza, era ormai prossimo alla fine dei suoi giorni, tuttavia si ergeva ancora maestoso tra gli alberi, nutrendosi dell'erba della terra natia, e le curve frastagliate del corpo gigantesco sembravano ribadire la sua massiccia presenza, la misteriosa volont della natura. Non molti anni prima avrei premuto il grilletto senza pensarci su, ma in quel momento, trovandomi anch'io al crepuscolo dell'esistenza, provai una certa affinit con lui, con il suo animo stoico di guerriero che non avrebbe mai rinunciato all'inseguimento.
.
Dovevo prendere una decisione in fretta, altrimenti l'elefante avrebbe percepito la mia presenza e mi avrebbe caricato.
Quando la luce del giorno inizi a lasciare il posto alla penombra della sera, quiete e silenzio regnavano sovrani, come se persino gli uccelli si fossero fermati un attimo prima di spiccare il volo, e io abbassai il fucile, indietreggiai e mi allontanai cercando di non fare il minimo rumore.
...
.
...
2. LEONI NELLA NOTTE.
...
.
...
Mio padre Herbert era tutto per me. Era il mio idolo e lo amavo con tutto me stesso. Poteva essere un vecchio bastardo ostinato e i suoi valori erano ancora quelli dell'epoca vittoriana, ma nella vita di ogni ragazzo c' un eroe, e per me quell'uomo era mio padre. A volte penso che il mondo fosse troppo piccolo per contenere il suo spirito libero e ribelle, e che proprio per questo motivo lui fosse ossessionato dall'aviazione. Adorava unirsi alle capriole gioiose delle nubi squarciate dal sole, come scrisse il pilota della RAF John Gillespie Magee ne Il volo, una delle mie poesie preferite. E mi chiam come uno dei fratelli Wright, quel Wilbur che insieme a Orville costru il primo aereo guidato da un pilota.
Non so se ho mai raggiunto le vette che si aspettava da suo figlio: lui considerava leggere libri una perdita di tempo e ancora pi sconcertante scriverli. Era un uomo pratico, attivo, uno che le cose le faceva; per lui un problema era una cosa da risolvere, non su cui riflettere.
Ricordo come fosse ieri la prima volta che vidi di cosa era capace mio padre quando si trovava davanti un pericolo. Quel giorno, per me divent un autentico eroe e si guadagn il mio imperituro rispetto. Fu un'esperienza terrificante ed ebbe luogo di notte. Stavo dormendo e fui svegliato da un ruggito.
Avvolto nel sacco a pelo, aprii gli occhi. Accanto a me, mia sorella era gi sveglia e fissava nervosa la luce del fuoco da campo che si intravedeva tra i due lembi di tela dell'apertura della nostra tenda. Eravamo abituati ai normali rumori notturni del bush - l'ululato della iena, il coro delle cicale, il brontolio lontano di un leopardo che cacciava nell'oscurit - ma quello era un frastuono inimmaginabile. Mi spostai lungo la brandina per sbirciare all'esterno.
Avevo otto anni e mia sorella solo sei. Immersa nell'oscurit che ci circondava c'era la selvaggia valle dello Zambesi. Era una terra incontaminata, non ancora solcata da strade o ferrovie, dove mio padre ci aveva portato due settimane prima, all'inizio della lunga stagione secca. Per me quei safari erano diventati il momento pi importante dell'anno, le escursioni nella natura intorno a cui ruotava la mia giovane vita. A volte ci spingevamo a nord dalla nostra fattoria nella Rhodesia Settentrionale, fino a Kolwezi, nel Congo, ma quell'anno eravamo rimasti pi vicini a casa, accampandoci nel cuore della valle del Luangwa.
Ancora oggi  una zona incontaminata che brulica di flora e fauna selvatiche. Vasta migliaia di chilometri quadrati, la valle  alimentata dal fiume Luangwa, uno degli affluenti dello Zambesi, le cui numerose lanche e lagune creano ampie distese di acqua potabile. Quando sopraggiunge la stagione delle piogge, a novembre, il paesaggio di un marrone dorato, arido e polveroso, si colora di un acceso verde smeraldo e il fresco profumo di pulito delle prime piogge  un magnifico presagio della rinascita della natura. Ci sono pi ippopotami che sguazzano nelle distese fangose della valle del Luangwa che in qualsiasi altra parte del mondo, oltre a un gran numero di leopardi, elefanti, coccodrilli e leoni che vivono in branchi di addirittura venti felini. Sono animali dominanti e feroci, che l'assenza dell'uomo ha reso quasi sfrontati e, cosa che accade solo in questa zona, uccidono gli ippopotami. L'avifauna  spettacolare e non mi stanco mai di vedere la gru coronata posarsi sugli alberi con la sua aureola di piume giallo paglierino, le guance bianche e il sacco golare rosso; o i gruccioni scarlatti, che sembrano gemme quando il sole del tramonto esalta il rosso slavato e l'azzurro del loro piumaggio mentre si radunano per nidificare sulle rive del fiume. La valle del Luangwa  un'area di straordinaria bellezza e abbondanza.
Ogni anno l'avventura iniziava nello stesso modo, con il minuscolo biplano Tiger Moth di mio padre che scompariva verso nord per individuare i migliori terreni di caccia, prima che alcuni braccianti della fattoria venissero mandati, in bicicletta, ad appiccare il fuoco al bush e preparare tutto per il nostro arrivo. Solo quando la vegetazione ricominciava a crescere nell'area ormai disboscata, tentando la selvaggina con i suoi lussureggianti germogli verdi, iniziava il viaggio vero e proprio. Sui tre grossi camion Ford di pap venivano caricate tende e attrezzature da campeggio, sedie pieghevoli e brandine, pentolame per la cucina da campo di mia madre, fucili, asce e rastrelliere a cui appendere la carne da essiccare. Poi, quando lui saliva sul camion in testa al convoglio e lanciava il tradizionale grido Kwenda Safari!, partivamo. Oltre ai miei genitori e a mia sorella c'erano venti o trenta degli uomini migliori del ranch: seduti nel cassone aperto dei veicoli, ridevano all'idea di un'infinit di carne fresca grigliata sulla carbonella oppure messa a essiccare sulle apposite grate e i loro canti di caccia risuonavano nell'aria.
Avevamo scelto quella destinazione per i bufali, le antilopi nere, le cervicapre e gli elefanti, la cui carne era essenziale per la sopravvivenza dei villaggi della zona. Non immaginavamo certo che, prima della fine della spedizione, da cacciatori saremmo diventati prede.
"Sono loro?" domand mia sorella.
Rimasi seduto sul bordo della brandina, esitante, senza avere il coraggio di uscire dalla tenda. Il pensiero si era affacciato anche alla mia mente. Quattro giorni prima un messaggero del quartier generale del commissariato distrettuale, che si trovava a un'ottantina di chilometri di distanza, era arrivato nell'accampamento per consegnare a mio padre una lettera che ci avvisava che un branco di leoni fuori controllo imperversava nella zona. Diventati mangiatori di uomini, avevano gi ucciso pi di venti indigeni, fra cui donne e bambini. Pap aveva fama di essere un ottimo tiratore e un provetto cacciatore, e il commissario aveva scritto per chiedergli di debellare la minaccia, se possibile.
Ora mio padre aveva l'occasione di affrontare dei predatori che avevano assaggiato il sangue umano.
Il nostro accampamento era circondato da un boma di rami raccolti nel bush circostante, e al centro della zona recintata si trovavano le nostre due tende di tela, una per i miei genitori e una per me e mia sorella. Gli uomini che si occupavano del campo, tutti braccianti del nostro ranch, dormivano all'addiaccio lungo il perimetro del recinto, il buio rischiarato solo dalla luce tremolante del fuoco. Tra di loro si stava muovendo la silhouette di un mostro: un leone dalla criniera nera, lo sguardo luminescente fisso sulla rastrelliera cui era appesa la carne messa a essiccare quel giorno stesso.
Mentre lo guardavo, il maschio alfa ebbe un attimo di esitazione: qualcos'altro aveva attirato la sua attenzione. Si volt, gli occhi che brillavano come tizzoni nel chiarore del fuoco, e si avvicin ai guardiani dell'accampamento. Non era interessato alla carne lasciata a essiccare, voleva quella dell'uomo. Voleva uccidere.
Era quasi addosso a Peter, il caposquadra di mio padre. Uomini meno coraggiosi avrebbero forse vacillato, ma in un batter d'occhio lui afferr l'ascia che teneva di fianco. Trattenni il fiato, incapace di immaginare cosa sarebbe successo di l a poco. Il leone balz in avanti con un ruggito. Peter sollev l'ascia sopra la testa e per un attimo le mascelle spalancate del felino si stagliarono sopra di lui, pronte a sbranarlo, ma quando si serrarono di scatto il demonio aveva affondato le zanne nel manico dell'ascia, mancando per un soffio il braccio di Peter.
A quel punto scoppi il pandemonio. Mentre gli uomini fuggivano e le grida sovrastavano i suoni del bush, comparvero altre due gigantesche sagome. Il branco di leoni era arrivato in forze e noi eravamo intrappolati all'interno del boma. Mi ritirai verso il centro della tenda, la paura che per la prima volta aveva la meglio sull'eccitazione.
Poi comparve mio padre.
Usc dalla tenda barcollando nella notte, mezzo addormentato e con indosso solo la giacca del pigiama. In una mano stringeva il fucile e nell'altra la torcia elettrica, ma quando fece il primo passo picchi il viso contro il palo della tenda e il suo fiero naso imperiale - gi rotto durante un lontano incontro di boxe - si squarci fino alla cartilagine, sanguinando copiosamente. Se c'era qualcosa in grado di svegliarlo del tutto era quella. Battendo le palpebre per liberare gli occhi dal sangue, mio padre si gir verso il caos. Il maschio alfa, ancora con l'ascia serrata fra le mascelle, alz la testa e incroci il suo sguardo. Si ud un brontolio, un ruggito furibondo, poi il leone caric.
Accanto a me, mia sorella era in preda al panico. La paura  un'emozione contagiosa. Solo pochi secondi prima quella era stata un'avventura, uno degli episodi pi eccitanti della mia giovane vita, ma a quel punto l'enormit del momento mi attanagli con forza. Nubi di polvere si sollevarono a oscurarmi la visuale. Le grida di trenta uomini furono smorzate appena dai ruggiti assordanti dei tre leoni. D'improvviso scoppiai a piangere. Dicono che in circostanze simili il tempo rallenti, ma non mi parve affatto cos: in un attimo il leone alfa aveva attraversato l'accampamento ed era pronto a fare a pezzi il mio amato padre.
 in questo genere di situazioni che gli eroi rivelano il loro vero valore. Pur senza calzoni, con la propria virilit esposta agli occhi del mondo intero e il sangue che gli colava dal naso rotto, mio padre non indietreggi.
In un batter d'occhio rivolse la torcia verso il leone che stava caricando e, stringendo il fucile nell'altra mano, lo punt come fosse una pistola lungo il vivido fascio di luce e fece fuoco.
Il proiettile blocc l'animale fuori controllo a met balzo: lo aveva colpito in pieno petto, trapassando muscoli e ossa per affondare infine nel cuore. Rimasi a guardare, incredulo, mentre la gigantesca carcassa piombava a terra e, in un mulinello di polvere, rotolava fino ai piedi di mio padre. L si ferm, il sangue che sgorgava a fiotti dal foro della pallottola.
Pap ricaric e lasci cadere la torcia, che rimbalz per terra descrivendo archi di luce sopra l'accampamento e illuminando fugacemente il muso degli altri due leoni. Prima che si fermasse, lui sollev il fucile ed esplose altri due colpi, ciascuno dei quali uccise un animale. Il silenzio cal sull'accampamento. I suoni lontani del bush tornarono, le urla degli uomini si placarono e io mi asciugai le ultime lacrime dagli occhi.
Stavo per dire a mia sorella che era tutto finito, che potevamo avventurarci fuori dalla tenda per vedere di persona i preziosi trofei di caccia di pap, quando sentii un altro suono. Mio padre, a piedi nudi, scalciava freneticamente lanciando grida belluine. Con il viso incrostato di sangue, nudo dalla vita in gi, piroettava come un derviscio, lanciando quello che sembrava un trionfante grido di battaglia. Si trattava forse di un qualche rituale? Oppure pap era impazzito?
"Cosa sta facendo?" chiese mia sorella, raggiungendomi.
Spostai lo sguardo dai leoni abbattuti a mio padre. Forse era il suo modo di celebrare la straordinaria vittoria appena conseguita.
Fu solo quando la sua danza di guerra termin, e mia madre corse fuori dalla tenda per assicurarsi che fosse vivo, che trovammo il coraggio di avvicinarci ai leoni e realizzammo finalmente cosa stava facendo pap. Mentre sfrecciavano attraverso l'accampamento, le belve avevano distrutto il fuoco da campo, spargendo tizzoni ardenti su tutto il terreno circostante. Quelle di mio padre non erano urla di trionfo ma grida di dolore, e stava saltellando per non ustionarsi i piedi sui carboni ardenti.
Guardai lo spazio vuoto fra lui e i leoni, e mi resi conto di quanto fossimo andati vicino a diventare le vittime di quelle belve feroci. Poi, mentre fissavo sbalordito i mangiatori di uomini stesi di fronte a me, fui assalito dalla consapevolezza che se io e mia sorella non eravamo diventati la loro cena lo dovevamo all'unica persona che si era messa in mezzo: mio padre, il mio eroe, il mio dio.
Lo guardai. Stava sorridendo, orgoglioso non solo di essere sopravvissuto ma anche di aver sconfitto quegli animali. Non avrebbe mai saputo che quel ricordo mi sarebbe rimasto impresso nella mente per il resto della vita.
Persino adesso, dopo pi di settant'anni, rammento perfettamente quella notte. Mentre scrivo, sulla mia scrivania campeggia una fotografia sbiadita scattata l'indomani mattina con la vecchia Box Brownie di mia madre. Mio padre e io siamo inginocchiati l'uno accanto all'altro e ognuno dei due regge la testa di un leone. Sullo sfondo, Peter  in piedi accanto a uno dei camion Ford, avvolto in una coperta. Pap indossa i pantaloni del pigiama ma il suo naso  gonfio e contuso. Io, in primo piano, ho in testa uno dei suoi cappelli, per copiare il suo stile e cercare di essere come lui, e sorrido all'obiettivo come per dire: Questi sono i miei leoni...
Quella notte mio padre salv parecchie vite, e gli abitanti dei villaggi della zona non l'avrebbero mai dimenticato. E io neppure. Quel ricordo avrebbe fatto capolino in tutti i romanzi della mia vita, nella saga dei Courtney, dei Ballantyne e oltre. La letteratura ci offre molti grandi eroi, ma la vita reale riesce invariabilmente a fare meglio. Quella notte compresi che mio padre era un eroe e lo sarebbe stato per l'eternit. E guardando al passato - attraverso gli anni e i miei romanzi, fino nei pi reconditi recessi di quella fotografia sbiadita e ingiallita - so che in definitiva  stato lui a ispirare gli eroi che hanno animato le pagine dei miei libri.
Il bisogno umano di cercare eroi ha radici profonde ed  stato riconosciuto dai narratori sin da quando Omero scrisse la sua epopea della guerra di Troia, l'Iliade, quasi tremila anni fa. La mia pi grande passione  far rivivere quegli eroi, e se mi capita di aver bisogno di un modello per uno di loro mi basta rammentare quella notte di quando avevo otto anni: mio padre, il suo fucile Remington e i tre leoni mangia-uomini che infuriavano nell'oscurit.
...
.
...
CAPITOLO 3. QUESTA VITA DA BAMBINO.
...
.
...
" un'idea stupida!" aveva detto mio padre. "Morirai di fame. Vai a cercarti un vero lavoro!"
Sin da bambino ho desiderato diventare uno scrittore. Adoravo raccontare storie. Era una capacit che stavo affinando da che avevo iniziato a leggere, un modo di fuggire in terre remote, immaginarie. Mio padre nutriva una ben radicata diffidenza verso le storie. Era un uomo che costruiva officine, edifici, fabbriche, che allevava bestiame e posava nuove strade, ma io avevo scoperto la gioia che si pu trovare nei libri quando ero ancora molto piccolo. Era una cosa che avevo ereditato da mia madre, la cui passione per l'arte trov in me un terreno fertile, e il piacere di perdermi nelle visioni dei miei autori preferiti - H. Rider Haggard, C.S. Forester, Ernest Hemingway e altri - si era tramutato lentamente nel sogno di poter prendere posto, un giorno, accanto a tutti i grandi scrittori che avevano trasformato il vile metallo della vita nell'oro della narrativa emozionante.
Quei sogni sembravano non essere approdati a nulla. Nel 1962 avevo ventinove anni e, seduto nella camera del caotico appartamentino da scapolo in cui abitavo, stavo fissando la ventesima lettera di rifiuto ricevuta per il romanzo che consideravo il mio capolavoro, The Gods First Make Mad (Prima di distruggerti, gli dei ti rendono folle). Mentre la appallottolavo e mi accingevo a chiedere alla mia agente di non sottoporre il manoscritto ad altri editori, mi ritrovai ad affrontare un inquietante sospetto, ossia che mio padre potesse avere ragione.
Non so da dove nasca il bisogno di raccontare storie, so soltanto che era dentro di me sin dalla volta in cui riuscii a comporre la mia prima frase. I libri mi hanno consolato durante i temuti tempi del collegio, quando avrei preferito trovarmi in qualsiasi altro luogo. A venticinque anni fui costretto ad accettare un impiego senza prospettive per il Dipartimento delle imposte di Sua Maest nella Rhodesia Meridionale, e scrivere rappresentava la mia via di fuga. Mi ero trasferito a Salisbury allo scopo di lavorare per mio padre che, cessata l'attivit di allevatore, si era stabilito l per avviarne una nuova, producendo e vendendo lamiere. Gli affari, tuttavia, non erano andati bene e, visto che pap non poteva mantenermi, ero stato costretto a voltare pagina. Mi sentivo un fallito. A quel punto ero divorziato, un padre single con due figli e praticamente al verde. Lavorare come ispettore del fisco era alienante, le mie serate erano lunghe e solitarie. L'unico lato positivo era che all'impiego si accompagnava una fornitura quasi illimitata di carta, bench ornata dallo stemma di Sua Maest, cos come penne e parecchio tempo libero. Mi rivolsi al mio primo amore, che mi aveva permesso di superare i periodi pi bui della mia vita: quello per la parola scritta. Per un anno avevo passato la notte con la penna in mano tentando di scrivere il mio primo romanzo. Personaggi e avvenimenti sembravano comparirmi nella testa, perfettamente formati, il mondo immaginato che mi si spalancava davanti sulla pagina. Avevo trovato conforto nella mia fantasia e scacciato la solitudine trascorrendo le notti con i personaggi da me creati, assaporando sulla carta ci a cui non potevo dedicarmi nella vita reale: avventure, bagordi, combattimenti. E alla fine mi ero convinto del mio talento come scrittore.
Mentre le lettere di rifiuto, inviatemi per telegramma da Londra, formavano una pila sempre pi alta di fronte a me cominciai a rendermi conto per la prima volta di una cosa: The Gods First Make Mad non era la pietra miliare della fiction che avevo creduto. Quello era un titolo orrendamente pretenzioso per un libro persino peggiore. Avevo commesso tutti gli errori tipici di un principiante, ero caduto ciecamente in ogni trappola narrativa, mi ero creduto pi talentuoso di quanto non fossi, e adesso era tutto chiaro. I personaggi che avevo inventato erano pi numerosi di quelli di Guerra e pace. Nel tentativo di affrontare la realt dell'Africa moderna mi ero spinto troppo in l, pontificando su politica, tensione razziale e donne come se fossi un esperto. The Gods First Make Mad era razzista persino in base ai parametri dell'epoca; giustificava i peccati commessi dai bianchi in Africa, dipingendoli tutti come eroi senza dare voce agli abitanti indigeni. Le scene di sesso erano scritte in modo grossolano, basate sulle fantasie rozzamente concepite di un giovanotto, e imbarazzanti da leggere. Le mie competenze in fatto di donne consistevano in sesso rubato sul campo da tennis, sul sedile posteriore di una Ford Model T e in un matrimonio catastrofico. Il mio romanzo non aveva nemmeno un pregio e io ero stato stupido a mandarlo in giro.
Fu un trauma che min la mia sicurezza. Il rifiuto  un tiranno crudele e il fallimento stava diventando un tormentoso fardello. Tornai al mio tran tran quotidiano come ispettore del fisco. Da quel momento in poi avrei scritto solo le infinite risme di valutazioni che spedivo.
E la storia sarebbe potuta finire l: l'ennesimo uomo i cui sogni erano stati sacrificati sull'altare della vita reale; la fatica ingrata di affitto e bollette da pagare, di un lavoro alienante, di un'ambizione accantonata perch impossibile, irrealizzabile, ormai indegna di ulteriori tentativi. Forse avrei continuato a fare l'ispettore del fisco per decenni, perch per un anno non ebbi notizie da Londra n Londra da me.
A ventisette anni ricevetti un telegramma da quella citt in cui la mia agente, Ursula Winant, chiedeva dove fosse il mio nuovo romanzo. Fissai quelle parole seduto nella stessa spoglia camera da letto in cui si erano infranti i miei sogni. Sembrava incredibile che lei si aspettasse che scrivessi un nuovo romanzo dopo che il mio primo tentativo era stato rifiutato da editori sparsi per il mondo intero, eppure l c'era un telegramma che mi incoraggiava a riprovare. Non dovevo arrendermi, stava dicendo Ursula. Avevo rivelato un certo potenziale e mi trovavo - o almeno cos sosteneva - all'inizio di una strada molto lunga.
Per un po' cercai di scacciarlo dalla mente. Rammentai le scoraggianti parole di mio padre: la vita, aveva detto, non va vissuta sulle pagine di un libro. Ma io avevo una vena ribelle e forse era giunto il momento di dimostrargli di che stoffa ero fatto. La delusione pu rappresentare un magnifico sprone, se non ti uccide. Non mi ero mai tirato indietro davanti a una sfida e non intendevo cominciare a quel punto. Nel corso della sua vita pap era stato messo diverse volte a tappeto e si era sempre rialzato per riprendere a combattere. Lentamente, nei giorni e nelle settimane seguenti, le idee cominciarono a schiudersi dentro di me, trama e personaggi mi guidavano.
Quella volta doveva essere diverso, lo sapevo. Se il tentativo non funzionava sarebbe stato sicuramente l'ultimo, per me; rimettersi in piedi dopo il fallimento  inebriante e corroborante, ma insistere nel fare qualcosa per cui non si  tagliati  oltremodo stupido. Cominciai a guardarmi intorno cercando materiale, dentro di me e nel passato, e tentando di trovare le tracce di potenziale mostrate dal romanzo precedente.
The Gods First Make Mad non era la mia prima opera di narrativa e avevo gi assaporato, sia pure fugacemente, il successo. Sapevo, a livello razionale, di non essere privo di talento. Prima di imbarcarmi nella stesura di quel romanzo sfortunato avevo debuttato con un brevissimo racconto intitolato On Flinders' Face (La scalata del Flinders): ai tempi le riviste imperniate sulla pubblicazione di fiction inedita - periodici come New Yorker e Argosy, entrambi americani - erano pi numerose e, superando le mie pi rosee aspettative, Argosy aveva accettato quel mio primo tentativo (lo trovate in fondo a questo libro).
Vedere stampata per la prima volta una mia opera fu una delle esperienze pi esaltanti della mia vita. Non venne pubblicata con il nome di Wilbur Smith: ero convinto che il mio fosse un cognome banale e poco romantico che avrebbe minato le mie chance di successo, cos avevo inviato il racconto usando lo pseudonimo di Steven Lawrence, perch quello era il cognome di mia madre da nubile e perch avevo appena finito di leggere per la terza volta I sette pilastri della saggezza di T.E. Lawrence. Vederlo accettato mi colm di gioia in modi che non saprei spiegare. Argosy mi pag 70 sterline, una somma esorbitante per l'epoca, pari al doppio del mio stipendio mensile, e ancora pi significativa per qualcuno costretto a dipendere dall'elemosina dei genitori per riuscire ad arrivare a fine mese. Ma persino pi importante fu l'effetto che ebbe sulla mia sicurezza. Il mio racconto comparve accanto a quelli di S.J. Perelman, Lawrence Durrell e il genio americano della fantascienza Ray Bradbury, e in precedenza la rivista aveva pubblicato il mio eroe, C.S. Forester, e persino alcune delle prime puntate di Tarzan scritte da Edgar Rice Burroughs. Pubblicava anche uno dei miei grandi eroi letterari, Graham Greene.
Ero fiero di On Flinders' Face come non avrei mai potuto esserlo di The Gods First Make Mad. Ci che dovevo fare era ricatturare quel momento, la gioia di una creazione riuscita, l'essenza che aveva permesso al racconto di prendere vita come invece il romanzo non era mai riuscito a fare.
On Flinders' Face parlava di un uomo che va a scalare una montagna in compagnia di due amici, uno dei quali era andato a letto con la moglie dell'altro. Durante i mesi precedenti la stesura avevo scoperto io stesso l'alpinismo insieme a un gruppo di amici con i quali, nel fine settimana, mi addentravo nel veld intorno a Salisbury per scalare le kopje, collinette di granito tipiche del paesaggio della zona. Nel ranch in cui ero cresciuto avevo sperimentato la mia dose di pericoli scampati, ma quella era una sfida diversa e una spaventosa introduzione a un mondo di adrenalina generata dal terrore che non avevo previsto. Le pareti rocciose della zona centrale della Rhodesia sono levigate e perpendicolari, offrendo ben pochi appigli per le mani persino a un arrampicatore esperto, ma le avevo affrontate con gioia, esibendo una sicurezza del tutto immotivata. Ben presto mi lasciai trascinare dalla baldanza: allungai troppo in l una mano, mi ci appesi troppo prematuramente e il granito sgusci via dalla mia presa. Dopo un istante di immobilit cominciai a precipitare, la parete rocciosa che sfrecciava verso il cielo, il mondo intero ridotto a un indistinto guazzabuglio di colori e aria tumultuosa. Caddi per quella che parve un'eternit ma poteva essere stata solo una manciata di secondi e all'improvviso stavo dondolando, impotente, in fondo alla mia corda, a diverse decine di metri da terra.
Mentre penzolavo, riflettendo sulla facilit con cui pu terminare la vita, la trama di On Flinders' Face mi si affacci alla mente. Fu un attimo di pura ispirazione in cui trama e personaggi mi si materializzarono davanti agli occhi. Capii che, se fossi sopravvissuto, avrei dovuto scriverlo. Si trattava di una vicenda e di un mondo che conoscevo. In fondo la stavo vivendo, fino all'ultimo battito cardiaco. Conoscevo per esperienza il terrore e l'eccitazione delle scalate. Sapevo come risultasse duro il granito sotto le dita di un alpinista, come la sfida di misurarsi con una montagna potesse arrivare a dominare la mente. E avevo appena sperimentato di persona la paura che tutti gli scalatori, professionisti o dilettanti, giungono prima o poi a conoscere: la sensazione della caduta libera, quando alla fine la montagna ti tradisce.
Fui fortunato. Ero legato al mio buon amico Colin Butler, un autentico toro con la forza di dieci uomini che, da solo, mi tir su fino alla cengia da cui ero appena scivolato. Dopo qualche giorno, una volta placatasi la tremarella, mi sedetti nell'ufficio di Salisbury e, ignorando le pressanti richieste di accertamenti fiscali, cominciai a scrivere il racconto usando la stenografia perch non sapevo battere a macchina. Una giovane segretaria dell'ufficio si offr di aiutarmi e mi diede una mano anche se non avevo un centesimo per pagarla. Forse si accorse del mio disperato desiderio di immortalare il momento, di affinare le mie capacit.
Anni dopo, con la prospettiva di iniziare un nuovo romanzo, mi sedetti di fronte alla mia copia di Argosy e fissai On Flinders' Face. Nelle mie mani c'era magia, alchimia. E di colpo ne capii il motivo. Avevo scritto di ci che conoscevo. Avevo ricreato la sensazione di trovarmi sul fianco di quella montagna, l'avevo trasferita sulla pagina, avevo catturato le emozioni provate in quel momento terribile. On Flinders' Face era autentico.
Ero fermamente deciso a rifarlo. Potevo attingere alla mia vita. Serbavo vividi ricordi dell'infanzia, di quando vivevo quasi allo stato brado nel ranch di mio padre. Avrei scritto delle mie avventure l. Avrei scritto delle persone che avevo incontrato, neri e bianchi, di caccia e miniere d'oro e bagordi e donne. Avrei scritto dell'amare e dell'essere amati, dell'odiare e dell'essere odiati. Avrei lasciato perdere tutta la filosofia immatura, la politica radicale e l'atteggiarsi a ribelle che aveva costituito la spina dorsale del mio lavoro passato per scrivere solo degli argomenti e delle persone che conoscevo.
Nel 1962, a ventinove anni, presi la penna per cominciare e un vecchio ricordo mi si riaffacci alla mente. Era una storia a cui avevo ripensato spesso nel corso degli anni e che mi lasciava ancora sbigottito. Era il ricordo di quando mi ero svegliato in piena notte e, strisciando fuori dalla tenda, avevo guardato mio padre uccidere tre leoni mangia-uomini senza battere ciglio.
Abbassai gli occhi. La mia mano si stava gi muovendo sulla pagina per scrivere alcune parole: Il destino del leone. Avevo un titolo. Finalmente avevo imboccato la strada verso la libert eterna.
Sono nato il 9 gennaio 1933 nell'odierno Zambia, in Africa Centrale.
Mancavano ancora trentun anni all'indipendenza e la Rhodesia Settentrionale, come il paese era chiamato all'epoca, era un protettorato dell'impero britannico. La prima aria che respirai fu quella della provincia del Copperbelt, in un minuscolo reparto maternit di Ndola. Diciotto mesi pi tardi stavo lottando fra la vita e la morte dopo aver contratto la malaria cerebrale. I medici avvisarono i miei genitori che forse sarebbe stato meglio se fossi morto: temevano che, se fossi sopravvissuto, avrei riportato danni al cervello. Naturalmente sopravvissi, e credo che la cosa mi aiut perch sono convinto che si debba possedere una vena di pazzia per cercare di guadagnarsi da vivere con la scrittura.
Mio padre, operaio specializzato nella lavorazione della lamiera, si era trasferito in quel paese remoto dopo aver completato l'apprendistato a Pietermaritzburg, in Sudafrica, e fu l che fece fortuna per la prima volta. Molto tempo prima, il Kafue, un affluente del grande Zambesi, aveva attirato investitori grazie ai ricchi giacimenti di rame lungo le sue rive e per un certo periodo era esistita una fiorente industria mineraria, ma quando nacqui io la Grande depressione aveva fatto sentire i suoi effetti raggiungendo persino quel luogo remoto nel cuore dell'Africa e ormai le miniere erano inattive, un museo sotterraneo in attesa di un nuovo inizio.
Quando erano state chiuse, quasi tutti i minatori erano stati rimandati in Inghilterra con il denaro appena sufficiente a muovere i primi passi dopo che la nave fosse entrata in porto. Ma mio padre non era tipo da stipulare quell'accordo e rimase in Rhodesia deciso a trovare il modo di sopravvivere. Era pieno di risorse e sapeva individuare e cogliere le occasioni. Ero il figlio di un cacciatore e commerciante, un uomo che costruiva e vendeva ci che poteva.
La vita era ardua e lui usava l'ingegno e talvolta il fucile per mantenere la famiglia. Cre una catena di quattordici negozietti, semplici baracche di lamiera ondulata precariamente appollaiate sul ciglio delle strade della Rhodesia in cui alcuni abitanti della zona sul suo libro paga vendevano qualsiasi merce lui potesse fornire. Erano per lo pi prodotti di uso quotidiano - coperte e utensili, pelli e abiti - ma talvolta lui scompariva nel bush tornando con pelli di bufalo e carne macellata da vendere. Mia sorella, che aveva due anni meno di me, e io vivevamo come indigeni mentre, a poco a poco, lui costruiva il suo impero. Quando gli effetti della Depressione cominciarono a svanire decise che non voleva passare la vita lavorando per altri. C'era un'eccitazione viscerale nello sfidare il mondo, nel non contare su nessuno a parte se stessi. Era una lezione che un giorno avrei imparato anch'io, bench in una sfera molto diversa da quella di mio padre.
Quando, nei tardi anni Trenta, le miniere vennero riaperte lui fu contattato dalle autorit che gestivano la provincia del Copperbelt e incaricato di riadattare le case fatiscenti in modo che i minatori potessero tornarvi. Scorgendo l'occasione di fornire una certa stabilit alla famiglia ci riport quindi alle miniere, ma ben presto decise di andarsene e nel 1938 ci trasferimmo finalmente in un ranch tutto nostro.
La tenuta di mio padre comprendeva diecimila ettari di foresta, colline e savana nei pressi della cittadina di Mazabuka, situata sulle sponde del Kafue, che scorreva per pi di mille chilometri, scendendo dal Copperbelt per sfociare nel possente Zambesi. Un tempo i terreni erano appartenuti a una serie di fattorie a s stanti, ognuna assegnata a reduci della Prima guerra mondiale, ma pap le aveva meticolosamente acquistate una dopo l'altra e adesso tutto quello che i miei occhi riuscivano a vedere, dai boschi di miombo a nord all'erba lussureggiante dell'alveo di piena del Kafue, apparteneva a noi.
A ventotto anni, nel 1961, ero fermo davanti alla tradizionale casa colonica rhodesiana dal tetto di paglia costruita da pap, con le pareti imbiancate e una lucida veranda rossa che girava tutt'intorno, e lo stavo guardando avvicinarsi. Lo avevo sempre visto come il padrone di tutto ci che osservava, una figura quasi mitologica scolpita nelle lande selvagge e capace di piegare il mondo per adeguarlo alla propria forma. Non era un uomo gigantesco, aveva la carnagione chiara abbronzata dal sole, avambracci resi enormi dagli anni trascorsi a lavorare con lamiera e tubi di aerazione, e la testa calva sin da prima che compisse venticinque anni. Gli occhi erano di un azzurro penetrante, il naso storto da quando se l'era rotto durante un incontro di boxe. Non appena fece una deviazione per andare a parlare con il suo caposquadra colsi l'occasione al volo. Era arrivato il momento di un po' di lettura segreta.
Mio padre non odiava i libri. Sotto diversi punti di vista era anche lui un amante della lettura e a tarda notte lo si poteva spesso vedere sotto la luce della lanterna della casa colonica a studiare i suoi libri e manuali di meccanica, assimilando tutta la conoscenza concreta e tecnica che riusciva a trovare. Non diffidava dei libri, era verso le storie che nutriva forti sospetti, convinto che potessero infettare una giovane mente. Le storie erano voli di fantasia, vie di fuga, costruzioni immaginose che ti portavano lontano dal mondo improntato al domare e conquistare la natura selvaggia, posare strade e costruire imperi partendo dalla polvere. Per lui rappresentavano una distrazione dalle attivit adeguate, non erano virili. Non le amava e avrebbe preferito che non le amassi nemmeno io.
Nella prima adolescenza, quando tornavo al ranch per le lunghe vacanze estive, appena ero sicuro che lui non stesse guardando correvo intorno alla casa e attraversavo la boscaglia. Accanto alla collinetta di pietra marrone su cui poggiava l'enorme cisterna per l'acqua che riforniva la casa scendevo fino alla latrina che ospitava un gabinetto alla turca. Quel giorno, una volta assicuratomi che il chiavistello fosse tirato, recuperai la mia scorta segreta dal nascondiglio scavato molti mesi prima. Erano i preziosi beni della mia giovane vita - Biggles in the Baltic, Biggles and the Black Peril, William e basta* - e il mio libro preferito del periodo, Le miniere di re Salomone. Sicuro che per un po' non sarei stato scoperto, mi misi comodo nel mio nascondiglio a leggere. Passavo sempre cos tanto tempo nella latrina con i libri che pap si convinse che avessi problemi intestinali e ordin a mia madre di farmi trangugiare generose dosi di olio di ricino. Fu un piccolo prezzo da pagare.
In altre occasioni mi mandava a prendere legna per il riscaldamento e per cucinare, e io mi allontanavo insieme al trattore con rimorchio e a un gruppo di braccianti. Prima di partire mi infilavo furtivamente un libro sotto la camicia. Mentre i nostri uomini sudavano tagliando la legna io restavo seduto sul trattore a leggere all'aperto, con un grosso cappello in testa. Mio padre non mi colse mai sul fatto perch sentivo sempre arrivare la sua auto e, mentre sfrecciava lungo la strada sollevando polvere tutt'intorno, saltavo gi dal trattore, mi ficcavo nuovamente il libro sotto la camicia e fingevo di rendermi utile. Ai braccianti non dava fastidio: ero troppo piccolo per maneggiare un'accetta e si assicuravano di mantenere il mio segreto. A volte puntavano l'indice verso la testa e descrivevano un piccolo cerchio per indicare che ero un ragazzo intelligente e sveglio perch leggevo libri, ma  pi probabile che mi giudicassero un po' matto.
Fu mia madre a farmi conoscere la magia della parola scritta. Il suo amore per la lettura mi tocc nel profondo. Aveva dieci anni meno di mio padre e lo aveva conosciuto, innamorandosene, nel Copperbelt, a uno dei balli a cui ogni mese partecipavano abitanti della zona giunti l da diversi chilometri di distanza. Se mio padre era il mio idolo, mia madre era il mio angelo custode. Mi proteggeva dalla collera di pap finch non si placava. Fu lei a suscitare il mio interesse per le meraviglie della natura, alberi, piante, specie di fiori e le loro classificazioni esotiche. Insieme a mio padre mi rese ci che sono. Si chiamava Elfreda e compensava pap in un modo che faceva di loro una coppia perfetta. Laddove lui era caparbio e risoluto, lei era gentile e amante dell'arte. Mora e dagli occhi a mandorla, era inglese per nascita ma abbracci le lande selvagge dell'Africa senza battere ciglio. Quando non era seduta davanti al cavalletto con i suoi acquerelli a dipingere un paesaggio a tinte forti stava cavalcando nel veld, a suo agio sotto lo sconfinato cielo africano tanto quanto lo era stata in una qualsiasi citt o paesino inglesi.
Da che ricordo, la mamma mi aveva sempre condotto nei mondi fantastici racchiusi nelle pagine dei suoi libri. Dopo una lunga giornata trascorsa a seguire pap in giro per la tenuta, l'ora di coricarsi portava avventure tutte sue. Mi raggomitolavo nel letto e ascoltavo mia madre leggere libri identici a quelli che avevo nascosto nella latrina. Una stanza della casa era dominata dalla sua biblioteca, con scaffali pieni di volumi che occupavano ogni parete. Non riuscivo a capire come mai questo non suscitasse la soggezione di mio padre. Poteva anche esserci una vita l fuori che offriva esperienze davvero uniche, ma pure nella biblioteca della mamma c'erano centinaia di altri mondi, tutti in attesa di venire esplorati. L'ora prima di dormire costituiva il piacere pi grande che io possa rammentare. Ogni sera, mentre restavo sdraiato a letto, lasciando che le sue parole si riversassero su di me e fissando il libro nelle sue mani, pensavo: Non se lo sta inventando! Proviene tutto da quelle pagine. Quel libro... Fu in quegli istanti che capii che i libri avrebbero sempre svolto un ruolo centrale nella mia vita.
Non appena fui in grado di farlo cominciai a leggerli da solo, iniziando con le avventure di Biggles e di William Brown, e quello divenne un piacere non pi riservato esclusivamente alle serate. Ben presto cominciai a perdermi nei mondi di C.S. Forester con i magnifici racconti delle avventure per mare di Horatio Hornblower o nei mondi di John Buchan e dei suoi thriller ambientati nelle terre desolate del lontano Nord. Mia madre fece amicizia con un bibliotecario di Bulawayo, quasi milletrecento chilometri pi a sud, e ogni mese arrivava un pacco di nuove avventure trasportato da uno dei treni merci che all'epoca si stavano diffondendo in tutto il continente. Da quel momento tenni perennemente in tasca un romanzo logorato dall'uso. Potevo immergermi in libri in cui trovavo avvincenti racconti di morte e pericoli, storie sull'eroismo e la ferocia del continente che chiamavamo casa. Adoravo il romanticismo dell'Africa, il misticismo della sua perduta trib e della strega, Colei cui si deve obbedire.** H. Rider Haggard, all'epoca uno dei miei autori preferiti, mi mostr che l'Africa era un immenso ricettacolo di storie e, cosa persino migliore, che io ero vicino a quelle storie. Nascosto nella latrina arrivai a pensare che l'eroe di Haggard, Allan Quatermain, rispecchiasse in un certo senso mio padre e le sue avventure africane. Era nato in Inghilterra come pap ed era anche lui un cacciatore professionista e un commerciante. L'amore di Haggard per l'Africa e il suo popolo era talmente profondo da spingerlo a imparare le lingue degli indigeni e a sostenerne le attivit. Fu da questi uomini che imparai a vedere l'Africa come un continente ricco di eroi ed eroine, un luogo di sconfinata avventura.
Stavo leggendo delle giungle nell'oscuro cuore dell'Africa, viaggiando insieme a Quatermain con la fantasia, quando sentii pap urlare il mio nome dal fondo della tenuta. Nascosti affannosamente i libri e uscii dalla latrina in tempo per vederlo scendere dalla veranda.
Mi guard con l'espressione indagatrice che ricordo ancora bench lui sia morto da pi di trent'anni, un'espressione che diceva Cosa stavi facendo l dentro, ragazzo? Voleva che fossi come lui, e sotto molti aspetti lo ero, solo che la mia personalit includeva un'altra sfaccettatura, un amore per l'invenzione immaginativa che lui forse considerava una specie di malattia. Mio padre non era un uomo privo di immaginazione, ma non aveva mai il tempo di abbandonarsi a solitarie attivit astratte: c'erano perenni incombenze di carattere pratico da sbrigare.
"Legna" disse, e io annuii. Era ora di dare inizio ai miei compiti ingrati.
Una volta, mentre stavo gettando la legna sul rimorchio del trattore, il libro che mi ero nascosto sotto la camicia cadde a terra. Per puro caso mio padre ci aveva appena raggiunto per tenere d'occhio i braccianti mentre abbattevano la vegetazione del bush. Mi reinfilai in fretta il volume sotto la camicia e proseguii come se nulla fosse. Sentii lo scricchiolio dei passi quando pap mi si avvicin e mi pos una grossa mano sulla spalla. Mi voltai. Non so se dipese dal sole che gli si rifletteva sul viso, ma sono sicuro di averlo visto strizzare rapidamente l'occhio. Nessuno dei due apr bocca.
Mi sentivo molto orgoglioso quando imbracciai per la prima volta il fucile di mio nonno. Pap me lo pass senza proferire parola e naturalmente sapevo cosa significasse per lui e per me. Avevo fantasticato su quel fucile in diverse occasioni, ne conoscevo la lunga storia leggendaria. Il vecchio Remington veniva tenuto in perfette condizioni e io passai le dita lungo le tacche e cercai di inalare le varie battute di caccia, a ciascuna delle quali corrispondeva una storia nella mia mente che amavo ascoltare pi e pi volte.
Il codice sportivo insegnatomi da mio padre era un ordine che rendeva rispettabile l'uccisione, una tacita linea di demarcazione che il vero cacciatore non oltrepassava mai. La caccia, per mio padre e mio nonno, non era mai stata una pratica caotica a cui ci si dedicava per diletto, bens uno stile di vita, un'abilit grazie alla quale mantenevi la famiglia o aiutavi il mondo naturale a conservare il proprio equilibrio. Erano lezioni a cui sarei rimasto fedele per tutta la vita, ma in quel momento non riuscivo a pensare ad altro che al leggendario fucile tra le mie mani.
Era un privilegio e un onore che mio padre me lo avesse affidato. Non vedevamo spesso il nonno, soltanto quando affrontavamo un lungo viaggio verso sud fino alla sua casa nel Natal. Viveva da solo in un appezzamento di otto ettari fuori citt, circondato dai fucili, le lance e le canne da pesca della sua vita, un branco di cani come unica compagnia. Se mio padre era un idolo per me, nonno Courtney era un idolo per mio padre. Ai miei occhi era Matusalemme, un uomo molto anziano che apparteneva a un'altra epoca. Con brillanti occhi azzurri e un paio di splendidi baffi schiariti dal succo di tabacco, era in grado di centrare una sputacchiera a cinque passi di distanza. Sembrava uscito dai libri di storie che tanto amavo, e lui stesso era una fonte inesauribile di racconti. Ho usato il suo nome per il protagonista del mio primo romanzo, Il destino del leone, ma in realt ha ispirato sia Sean Courtney sia suo padre Waite.
Ricordo il giorno in cui mi raccont la storia dello sjambok, un lungo frustino rigido fatto originariamente di pelle di rinoceronte. Nonno Courtney doveva avere fra i cinquantacinque e i sessant'anni, ma ai miei occhi era una creatura antica, mitologica, un'icona intagliata nella pietra ma ancora animata. Era stato ispettore delle strade in quello che all'epoca era lo Zululand, percorrendo le grandi arterie, e poi un tenente nei Natal Mounted Rifles, uno dei migliori squadroni di cavalleria nella storia africana. I nostri viaggi nel Natal erano illuminati da narrazioni del nonno che mi sbalordivano, mi lasciavano senza fiato e mi causavano incubi per circa una settimana.
"Ragazzo mio, lascia che ti racconti la storia del mamba nero!" disse un giorno. "Successe dopo la guerra" cominci, "quando sono venuto nel
Witwatersrand. Erano i tempi della corsa all'oro, quando si potevano accumulare ingenti fortune..." Sput enfaticamente nella sputacchiera. "Ma i giacimenti d'oro non facevano per me. Per dieci anni ho fatto il capo carovana lungo il percorso della baia di Delagoa, dalla costa ai giacimenti d'oro del Witwatersrand. Le carovane impiegavano tre mesi per coprire quel tragitto, trasportando di tutto, dalle coperte allo champagne alla dinamite ai frantumatori, un viaggio di andata e ritorno di quasi duemila chilometri. E io cavalcavo davanti alla carovana di carri tirati dai buoi, cacciando e facendo baratti con le trib indigene africane lungo il tragitto..."
Era proprio come in Jock of the Bushveld, il libro di James Percy Fitzpatrick che raccontava di un capo carovana e del suo cane nel Transvaal del penultimo decennio dell'Ottocento.
"Una volta, prima che partissimo dalla baia di Delagoa, vinsi un cane in una partita a poker. Era il danese pi grosso e stupido che si fosse mai visto. Alto un metro e venti al garrese, un enorme bruto con le guance cascanti, era il cane pi ottuso che avessi mai posseduto in vita mia, impossibile da addestrare... Lo chiamai Tonto. Fece il viaggio con noi. Lungo la strada tentai di addestrarlo, ma senza mai riuscirvi. Tutto quello che faceva era ciondolare in giro per l'accampamento o correre dietro al mio cavallo con quella sua espressione ebete sul muso. Una notte eravamo accampati nel Lowveld, era una notte buia nonostante le stelle. Mi ero messo a dormire sulla cuccetta dietro uno dei carri, ma quel cane continuava ad abbaiare, ancora e ancora, tenendoci tutti svegli. Tastai tutt'intorno alla cuccetta fino a trovare il mio sjambok e, stringendolo, scivolai gi dal carro e uscii dall'accampamento, nell'oscurit, fino a raggiungere il cane. Lo frustai finch all'improvviso, dopo la quarta o la quinta staffilata, inizi a comportarsi in modo diverso. Emise un suono nuovo, mai fatto prima, che mi colse leggermente alla sprovvista. Infilai una mano in tasca, accesi uno dei miei fiammiferi e lo tenni sollevato. Laddove avrebbe dovuto trovarsi Tonto il danese c'era un leone adulto, gli occhi che scintillavano di rabbia, la criniera insanguinata. Aveva divorato il mio cane! Rimasi impietrito perch avevo appena frustato a sangue quella belva con lo sjambok. Mi voltai e tornai di corsa verso il carro, saltai su, chiusi il tendone e rimasi l ad ansimare per l'orrore e il sollievo. E poi sentii lo sjambok muoversi a scatti nella mia mano! Accesi un altro fiammifero e scoprii che quello che stringevo non era affatto uno sjambok ma un serpente. Avevo appena sferzato quel leone con un mamba nero!"
A eccitarmi non fu soltanto l'aneddoto, ma anche il modo in cui nonno Courtney scoppi a ridere, con risate scroscianti che echeggiavano in tutta la stanza. Si era trattato di una lotta fra uomo e belva, e lui era sopravvissuto a un incontro ravvicinato con la morte.
Il mamba nero  noto per essere il serpente pi pericoloso del mondo e il suo morso  detto bacio della morte. Pu superare i due metri di lunghezza e ama vivere sul terreno, in attesa di tendere un'imboscata alla preda. Quando viene minacciato si erge tenendo spalancata la bocca nera, dilatando il collo e sibilando. Colpisce pi in fretta di quanto l'occhio umano possa percepire e da una notevole distanza, dando spesso vari morsi con estrema rapidit. Il suo veleno  altamente tossico e capace di paralizzare un uomo in meno di venti secondi dopo un unico morso. Circolano diverse leggende secondo le quali questo rettile sarebbe in grado di infilarsi in bocca la coda, rotolare gi per una collina e poi raddrizzarsi di scatto per attaccare a tutta velocit oppure di tendere un'imboscata a un'automobile arrotolandosi intorno a una ruota per poi scagliarsi contro il guidatore non appena si ferma e scende.  un assassino, per io ho sempre colto una bellezza sinistra nel suo lucido e sottile corpo di un marrone olivastro o grigio e negli occhi color canna di fucile. A dispetto della sua fredda squamosit non  difficile immaginare come nonno Courtney avesse potuto scambiarne il corpo lungo, sottile e scuro per il suo sjambok.
Anch'io avevo incontrato pi di una volta il mamba nero. Qualche tempo prima che il nonno mi raccontasse quell'aneddoto avevo preso l'abitudine di salire sulla collinetta dietro casa nostra per raggiungere il serbatoio sulla cima, una grossa cisterna piena d'acqua estratta con la pompa da un pozzo trivellato. Ogni sera l'acqua attirava frotte di colombe e piccioni, e io salivo lass con il mio fucile a pallini e riportavo gi qualche uccello da grigliare. Un tardo pomeriggio, raggiunta la cisterna, notai che non c'era traccia di volatili. Il posto era deserto. La cosa avrebbe dovuto insospettirmi, invece non vi feci caso e cominciai a salire per dare un'occhiata pi da vicino al serbatoio. All'improvviso dall'erba alta fino al ginocchio di fronte a me spunt questa creatura orrenda, grigio-nera, che scintillava nella luce del sole e aveva due occhietti lucenti! Era un mamba nero, noto agli indigeni della zona come serpente ombra di morte per il suo morso letale. Era enorme, il collo era grosso come il mio polso, e la sua testa era una minaccia sibilante, la minuscola lingua nera che saettava dentro e fuori. I suoi occhi, neri come il carbone, implacabili come la morte, mi ipnotizzarono; si sollev e continu a ergersi fino a portarli allo stesso livello dei miei e poi oltre. Ormai mi stava fissando dall'alto. Sollevai lentamente il fucile a pallini e mirai alla sua testa. Mentre il mio dito restava sospeso sopra il grilletto una vocina mi sussurr: "Non essere stupido, Smith. Dattela a gambe!". Con meticolosa accuratezza abbassai l'arma. Sapevo di non dover correre, vista la rapidit del mamba nero, cos indietreggiai di due passi e il serpente si abbass di circa cinque centimetri, e quando ne feci altri due scese oscillando di altri cinque. Seguiva ogni mia mossa, gli occhi perennemente puntati su di me come se volesse ipnotizzare la vittima prima di colpire. Ormai dovevo giocarmi il tutto per tutto, cos feci dietrofront e mi lanciai gi per la collinetta come una gazzella terrorizzata, saltellando e correndo a gran velocit, ansimando e strillando mentre l'aria mi sgorgava a scatti dai polmoni. Quando arrivai a casa ero un ammasso tremante di risatine nervose. Avevo perso il gusto per le colombe e i piccioni alla griglia. Quella fu l'ultima volta in cui raggiunsi il serbatoio per cacciare.
Nonno Courtney aveva fatto il cacciatore sulla pista della baia di Delagoa mentre mio padre era stato un cacciatore nel Witwatersrand, ed era essenziale che mi dedicassi anch'io alla caccia. All'epoca era il termine di misura di un uomo, oltre che un modo di portare della carne in tavola. Non desideravo altro che dimostrarmi in grado di sopravvivere alle richieste della natura selvaggia.
Non avevo amici al di fuori del ranch. La mia infanzia era delimitata dai confini della tenuta e i miei unici veri amici erano i figli dei braccianti, che condividevano i miei stessi interessi: levarci dai piedi degli adulti e vivere liberi, cacciando ogni genere di preda con le nostre fionde e un branco di rognosi cani della fattoria. Il mio primo migliore amico fu un ragazzo di nome Peter Matoka, il cui padre, Peter Senior, era stato il caposquadra di mio padre quando lavorava per la miniera. Il mio amico sarebbe diventato ministro per l'Informazione nel governo di Kenneth Kaunda quando lo Zambia divenne indipendente nel 1964.
Un altro mio grande amico era Barry, figlio di uno dei proprietari delle tenute a noi vicine, e fu con lui che trascorsi molte delle mie giornate pi lunghe ed emozionanti.
Non avevo certo bisogno di scuse per inseguire l'avventura e Barry era il complice ideale: ci incitavamo vicendevolmente a puntare verso estremi sempre pi sfrenati. Fu in sua compagnia che feci il secondo incontro con un temuto serpente letale. Nel nostro ranch c'era un essiccatoio per il tabacco abbandonato nella cui grondaia nidificavano un paio di splendidi falchi lanari. Il lanario  un rapace di medie dimensioni, con un piumaggio grigio-bluastro sul dorso e marrone chiaro screziato sul ventre; ha il capo rossastro e striature scure molto particolari sulle guance, simili a baffi sbarazzini.  davvero un uccello bellissimo e assai nobile, e noi avremmo dovuto mostrare pi rispetto per la coppia che aveva fatto il nido l. Sapevo che la femmina aveva deposto le uova e, dopo avere consultato il manuale sulla falconeria di Barry, decidemmo di prenderci un piccolo per ciascuno e addestrarlo a cacciare. Eravamo convinti che uscire con un falco ai nostri ordini ci avrebbe reso dei veri cacciatori. Raggiungere il nido sulla grondaia richiese un'arrampicata terrificante, non solo a causa dell'altezza e della precariet della salita ma anche perch venni sottoposto a un costante bombardamento in picchiata. I lanari cacciano in coppia, sferrando un attacco coordinato da due diverse angolazioni, quindi me le stavano dando di santa ragione: sono dotati di artigli molto affilati. Eppure, con Barry che mi spronava a gran voce, riuscii chiss come a raggiungere la grondaia e contai tre pulcini nel nido.
Secondo il manuale del mio amico i piccoli sarebbero stati pronti per l'addestramento a circa sei settimane di vita e cos, quattro settimane pi tardi, quella volta con un elmetto coloniale ben calcato sulla testa e assicurato dal sottogola, affrontai di nuovo la spaventosa ascesa, finalmente pronto a depredare il nido. Mentre mi avvicinavo mi accorsi di un terribile silenzio. I genitori non strillavano n mi si lanciavano addosso dall'alto, i piccoli non stavano chiamando a gran voce la madre per la fame o la paura. Con un crescente senso di disagio raggiunsi il nido e guardai dentro. I tre pulcini erano morti stecchiti e a guardarmi dritto in faccia c'era un serpente! Era un mamba nero ed era furibondo. Cerc subito di mordermi in faccia. Quando mi abbassai di scatto lo sentii colpire il mio elmetto e fu come ricevere un pugno sulla testa. Caddi di schianto sul pavimento dell'essiccatoio, una decina di metri pi gi, mi rialzai e cominciai a correre come un pazzo. Barry mi segu di gran carriera, urlando: "Cosa c'? Cosa c'?". Doveva avere temuto che io avessi spalancato le porte dell'inferno. Non smettemmo di correre finch l'edificio non fu pi visibile. Con le mani posate sulle ginocchia cercammo di riprendere fiato e a un tratto Barry mi guard orripilato e indic la mia testa. Mi tolsi l'elmetto coloniale e vidi che nel sughero, in corrispondenza della mia fronte, spiccavano due fori, il tessuto infradiciato dal veleno giallo chiaro del serpente.
Per poco non vomitai per il sollievo. N io n Barry rimettemmo pi piede nell'essiccatoio.
Avevo ucciso il mio primo animale poco dopo il mio ottavo compleanno, con il fucile Remington ereditato dal nonno. Avevo seguito quell'antilope cervicapra attingendo a ogni lezione e perla di saggezza che avevo appreso da mio padre, tenendomi basso e silenzioso nel bush finch non avevo avuto l'occasione di prendere la mira. Quando portai la mia prima carne nel ranch, pap mi strinse la mano e in quel momento mi sentii alto tre metri, irrevocabilmente legato a quell'ampio e splendido paesaggio africano, alla sua storia e alla lunga stirpe della mia famiglia e dei suoi antenati. La mia piccola mano quasi scomparve nella sua. Ricambiai la sua stretta vigorosa, suggellando il legame mentre l'adrenalina mi sfrecciava nelle vene.
In seguito Barry e io percorremmo le piste da un angolo della tenuta all'altro, talvolta attraversando il Kafue e raggiungendo le terre della sua famiglia, altre volte spingendoci ancor pi lontano, ben addentro il bush selvatico. Catturavamo gli animali a cui non sparavamo, allestendo trappole per uccelli e altre piccole creature, qualsiasi cosa potessimo arrostire su un fuoco da campo per mangiarla. Poi tornavamo a casa quando il sole era tramontato ormai da tempo, per evitare la punizione pi temuta da tutti i ragazzi selvaggi: la vasca da bagno. Io avevo le gambe graffiate e segnate dalle crudeli spine della wag n' bietjie e morsi di sanguisuga in punti che non potevo mostrare a mia madre, puzzavo di fumo di legna e sudore secco, ma nulla di tutto ci aveva la minima importanza. Non avrei potuto sentirmi pi felice.
Per un certo periodo cacciammo solo selvaggina di piccole dimensioni: antilopi cervicapre e impala, potamoceri e puku ma, come succede a ogni giovane cacciatore, la nostra ambizione si rivolse ben presto ad animali pi grandi come antilopi o tragelafi striati. In una luminosa giornata estiva, quando non avevamo pi di quindici anni, mentre ci trovavamo sotto una sconfinata distesa di cielo completamente azzurro Barry mi invit a guardare verso le montagne che si stagliavano sull'orizzonte dietro il tumultuoso Kafue e mi rifer sotto voce una diceria che aveva sentito.
"C' un cud che si aggira nei bassopiani di quella collina. Wilbur, gli daremo la caccia."
Il cud  un'alta antilope boschiva dal corpo magro e dalle lunghe zampe, il mantello solcato da strisce bianche verticali che scendono dal dorso pronunciato e ricurvo. Per la mia giovane mente non esisteva un'antilope pi elegante a cui dare la caccia e le sue grandi corna a spirale erano ambiti trofei. Sapevo che a volte i maschi si spostavano formando piccoli branchi, ma per lo pi conducevano un'esistenza solitaria. Barry aveva sentito parlare di quel pregiato esemplare dai braccianti nel suo ranch: un maschio leggendario, con le corna pi gigantesche che chiunque avesse mai visto.
Il mio amico e io partimmo, prendendo in prestito la vecchia jeep Willys di mio padre da dietro la casa, guadando il fiume e addentrandoci sulle colline rivestite di foreste. Avevo gi guidato in quelle condizioni in precedenza, ma ben presto le strade svanirono e ci ritrovammo ad avanzare nella boscaglia sempre pi fitta. Quando la jeep non pot proseguire oltre saltammo gi per continuare a piedi. Impiegammo un'ora per individuare le orme del maschio, trovando prove del suo passaggio nelle tracce che aveva lasciato - il familiare procedere in diagonale e le impronte degli zoccoli caprini - ma ci volle pi tempo per scovare l'animale. Il sole stava gi tramontando quando finalmente lo avvistammo. Persino a cinquecento metri di distanza appariva regale e imperioso come avevo immaginato. Rimasi stupito dalle dimensioni di quel grosso esemplare, la testa fiera ornata da due splendide corna.
Lo seguimmo nella valle, lungo sentieri boschivi e fra la sterpaglia, ma quando il chiarore del sole cominci a sbiadire nel crepuscolo non eravamo ancora abbastanza vicini per poter sparare. Guardammo il cielo. Le ultime tracce di luce rimaste sopra la cima delle montagne sarebbero presto scomparse, facendo sprofondare la terra in una notte impenetrabile. Nessuno di noi due voleva essere il primo a dichiararsi sconfitto, ma ormai dovevamo tornare alla jeep e poi a casa.
Avevamo trovato il maschio e lo avremmo sicuramente scovato di nuovo. Mi misi in spalla il fucile e cominciai ad allontanarmi a grandi passi.
Mi ci volle un po' per rendermi conto che Barry non mi aveva seguito.
Quando mi voltai vidi che si era incamminato nella direzione opposta.
"Da questa parte, Smith" disse.
"Da questa parte" replicai, tentando di farlo venire verso di me.
La consapevolezza ci assal nello stesso istante: non sapevamo dove avevamo lasciato la jeep.
Troppo ossessionati dalla preda avevamo commesso l'errore che da tempo immemorabile decreta la fine degli incauti amanti della vita all'aria aperta: avevamo permesso alle terre selvagge di farci girare in tondo. Avevamo smesso di prestare attenzione alla forma delle collinette, al tipo di alberi, al terreno sotto i nostri piedi, a tutti i segnali che un esperto del bush avrebbe notato. Inoltre, cosa persino peggiore, non avevamo pianificato il tragitto per il ritorno. Assorti nel tentativo di raggiungere il cud prima di sera avevamo proseguito senza mai pensare al sentiero che ci stavamo lasciando alle spalle.
Ci avviammo in una direzione ma ben presto, vedendo che la vegetazione del bush si faceva intricata, capimmo che non era quella giusta. Ne imboccammo un'altra solo per ritrovarci a salire lungo gole non familiari da cui non eravamo scesi. Gli ultimi raggi di sole svanirono sull'orizzonte e le stelle comparvero sulla tela nera come inchiostro e, mentre calava il freddo della sera, ci guardammo ammettendo in silenzio che la giornata era andata orribilmente storta. Ci eravamo persi. Quella sera non saremmo tornati a casa. Di l a breve le nostre famiglie si sarebbero accorte della nostra scomparsa e nelle due tenute sarebbe scoppiato il caos.
"Siamo fregati" disse Barry.
"Domattina sembrer tutto diverso" replicai, credendoci solo in parte. Prima bisognava sopportare un'intera notte nel bush senza fuoco, cibo n acqua.
I suoni notturni nel bush sono magici quando sei al sicuro dentro una tenda o scaldato dal tepore di un guizzante fuoco da campo. Ma il lontano ruggito di un leopardo, lo strillo e l'ululato della iena hanno un effetto diverso su due ragazzi avviluppati solo dal buio. Quella notte il sonno non arriv. Restammo aggrappati ai nostri fucili, la schiena premuta contro un affioramento di pietra fredda, e aspettammo che il cielo nero si schiarisse.
Quando giunse il mattino, due ragazzi affamati e scarmigliati tentarono di seguire le loro stesse tracce, sperando di riuscire a tornare sui propri passi e trovare il punto in cui avevano lasciato la jeep. Ma era un'impresa disperata. Quando il sole raggiunse lo zenith avevamo girato ulteriormente in tondo. La disperazione ci aveva assalito ormai da tempo. Io non rivolgevo la parola a Barry e lui non la rivolgeva a me. I morsi della fame alla bocca dello stomaco si erano trasformati in un pugno di dura roccia e la sensazione di ruvidezza in fondo alla mia gola era solo la prima delle numerose indicazioni del nostro essere gravemente disidratati.
Quando udii un rumore sopra di noi temetti che potesse trattarsi del ruggito dell'ansia nella mia mente febbrile. Strizzai gli occhi per ripararli dal crudele sole pomeridiano e vidi una sagoma che mi colm di sollievo:
era il piccolo biplano Tiger Moth di mio padre che sbucava dall'azzurro.
L'adrenalina prese a sfrecciarci nelle vene. Con un'energia che ignoravamo di possedere ancora saltammo in piedi per attirare la sua attenzione, urlammo come ossessi e sventolammo le braccia. Avrei riconosciuto ovunque lo scoppiettio e il ronzio di quell'aereo; era stato in quell'abitacolo, accanto a pap, che avevo volato per la prima volta, ben protetto da casco e occhialoni mentre ci libravamo al di sopra della tenuta.
Il biplano si inclin. Per un attimo pensai che mio padre ci avesse visto, ma poi si allontan.
Urlai fino a irritarmi la gola e rimanere senza voce. Era come se una fune da traino si fosse spezzata lasciandoci andare alla deriva, sferzati dalle correnti ascendenti, abbandonati. Non mi ero mai sentito cos solo e inerme.
Barry si strinse nelle spalle con aria inebetita e traumatizzata mentre fissava il vuoto.
Stramazzammo sulla nuda terra rossa e restammo seduti l per un'eternit, cotti dal sole implacabile.
Avevamo ormai rinunciato al tentativo di tornare alla jeep. Il pensiero del cud era talmente remoto che sembrava appartenere a un'altra vita. Riuscivamo a concentrarci solo sui tormentosi morsi della fame nel nostro stomaco, sul modo in cui il nostro corpo reclamava a gran voce qualcosa da bere. La sete pu essere devastante, conduce gli uomini sull'orlo della pazzia e oltre. Ci rimettemmo in cammino, incespicando, e solo quando ci imbattemmo in numerose impronte tutte rivolte nella stessa direzione cominciammo a sperare: da qualche parte c'era un abbeveratoio. Con le ultime energie rimaste iniziammo a seguirle.
Dopo un po', barcollando, scendemmo lungo una ripida scarpata coperta di arbusti e davanti a noi si stagli la sorgente. Come dei pazzi scendemmo con passo malfermo fin sul bordo dell'acqua e abbassammo la testa per bere. Barry assaggi per primo quell'acqua dolce, con tutte le sue promesse di vita, e dopo pochi istanti si ritrasse di scatto, in preda ai conati.
"Cosa c'?"
"Elefanti" disse sputacchiando. "Qui sono passati degli elefanti..."
Scrutai l'abbeveratoio ma non c'era traccia di pachidermi n di qualsiasi altra creatura vivente a parte due ragazzi con un bisogno disperato di bere. Misi le mani a coppa, le riempii d'acqua e chinai il capo per assaporare il primo sorso. Solo a quel punto capii cosa intendesse dire il mio amico. L'acqua aveva un gusto stantio, con un vaghissimo accenno di ammoniaca. Gli elefanti, quando trovano un abbeveratoio, hanno l'abitudine di immergervisi e svuotare l'enorme vescica nell'acqua fresca. Quella che avevamo sperato fosse acqua era per lo pi piscio di elefante diluito.
Bisognava essere sul punto di morire di sete, con un gran bisogno di liquidi, per valutare l'ipotesi di bere. Abbassai la testa e bevvi ancora e ancora.
Ben presto cal nuovamente la notte. Barry e io trovammo riparo nel bush e restammo stesi, svegli, finch la mattina ci riport alla coscienza. All'alba del terzo giorno sentii di nuovo il Tiger Moth. Quella sarebbe stata la nostra ultima chance. Strappandoci le camicie, raggiungemmo affannosamente un'altura e cominciammo a sventolarle con furia avanti e indietro. Molto pi su, mio padre inclin le ali dell'aereo da una parte e dall'altra per segnalare di averci visto, sporse la mano dall'abitacolo per fare un gesto che, lo capii subito, significava Restate dove siete! e vir inclinandosi ancora. Non c'erano punti adatti all'atterraggio nel bush cos fitto, ma lui ci aveva localizzato e sapeva che eravamo vivi. Barry e io ci mettemmo comodi per affrontare la lunga attesa.
Il tempo pass e un altro suono giunse fino a noi attraverso il bush: era il camion di pap che si avvicinava cigolando. Finalmente sbuc dalla sterpaglia. Mio padre sedeva impassibile al volante e ci indic di salire dietro. Ero colmo di sollievo per il nostro salvataggio e solo quando vidi la sua espressione gelida capii in quali enormi guai ci fossimo cacciati. Il camion fece un'inversione a U e ci dirigemmo verso casa.
Prima lasciammo Barry nella sua fattoria ad affrontare l'ira dei genitori, poi iniziammo il lungo viaggio sobbalzante fino alla nostra. Quando arrivammo davanti a casa mio padre scese dall'abitacolo e si mise di fronte a me. L'emozione prevalente in lui, lo sapevo, era la gioia per il fatto che io fossi sano e salvo. Solo a quel punto pensai alle notti di panico che aveva trascorso mia madre, alle orrende calamit che doveva aver immaginato mi avessero colpito. Rimasi a guardare mentre lui si sfilava la cintura dai calzoni per darmi il meritato castigo. Quello che avevamo fatto era stupido e avventato, e mi sentivo terribilmente in colpa per aver imposto loro momenti di tale angoscia, ma c'era un'altra parte di me che si beava dell'avventura. Persi nella natura selvaggia, due intere notti senza cibo n fuoco, soltanto un fucile per tenere a bada quel mondo. Era una storia di sopravvivenza degna di stare accanto alle migliori, e tutta mia. L'esperienza stava cominciando a plasmarmi, a mostrarmi di cosa ero fatto e a rivelarmi se ero in grado o meno di rimettermi in piedi dopo una caduta.
Quella notte mio padre venne nella mia stanza. Ero sveglissimo, incapace di prendere sonno dopo gli spaventi degli ultimi giorni e la rabbia di pap. Si sedette sul letto accanto a me. Mi aspettavo una severa ramanzina sulle lezioni da imparare e le precauzioni da prendere, ma non profer parola. Per qualche minuto fiss un punto dietro di me come se stesse riflettendo su un problema complesso, poi mi tocc per un attimo la fronte e usc dalla stanza.
Rischiai nuovamente di morire nella tarda adolescenza, quando ero un cacciatore in erba deciso a dimostrare il mio valore e uccidere un bufalo. Il bufalo africano o del Capo fa parte del quintetto di animali definiti Big Five ed  un ambito trofeo per i cacciatori.  soprannominato Morte Nera o Crea-vedove perch  un animale molto pericoloso che si dice incorni e uccida pi di duecento persone ogni anno. Dargli la caccia richiede abilit e attenzione perch ha la subdola abitudine di girare in tondo per poi raggiungere gli inseguitori da dietro e contrattaccare, soprattutto quando  ferito.  un animale massiccio, con la postura di un lottatore di sumo, tutto muscolosa minaccia e aggressivit, con il manto nero o grigio antracite e peli corti e ispidi. Le sue straordinarie corna si incurvano prima verso il basso e poi verso l'alto e l'esterno, e si congiungono alla base formando una placca ossea sulla sommit del capo nota come scudo cefalico. Quando due bufali africani da ottocento chili si avventano l'uno contro l'altro, con le teste che cozzano, la collisione equivale a quella fra un'auto che viaggia a cinquanta chilometri orari e un muro. Non dimenticher mai il mio primo tentativo di cacciare un bufalo perch rischi di essere anche l'ultimo.
Barry fu ancora una volta mio complice in quell'impetuosa bravata. All'epoca mio padre era in viaggio perci, senza chiedere il permesso, presi il suo fucile e ci addentrammo nel bush. A quei tempi si poteva cacciare ovunque si volesse e vagammo per chilometri senza vedere nemmeno un bufalo finch non raggiungemmo un villaggio. Gli abitanti non accolsero con particolare entusiasmo una coppia di adolescenti imbrattati di polvere ed esausti che brandivano un enorme fucile, ma quando mostrai loro dei contanti ci permisero di accamparci l per la notte. L'indomani mattina chiedemmo se vi fossero dei bufali nei paraggi e loro risposero: "Ja, ce ne sono gi al fiume". Domandai a uno di loro se fosse disposto ad accompagnarci l in cambio di 5 sterline e lui colse l'occasione al volo.
Due ore pi tardi stavo strisciando nel fitto sottobosco di kasakasaka, talmente denso da consentire una visibilit di soli pochi metri, quando a un tratto la nostra guida si immobilizz, poi indic qualcosa e disse: "Eccolo". Guardai davanti a me, ma avevo gli occhiali cos rigati dal sudore da rendere tutto indistinto. Me li tolsi e li pulii con cura, per riuscii solo a peggiorare le cose. Strizzando gli occhi ebbi l'impressione di vedere quattro zoccoli caprini, ma non avevo idea della direzione verso cui era rivolto l'animale. Ipotizzai che fosse diretto verso l'acqua e che quindi la sua testa dovesse trovarsi sulla sinistra. Sparai un colpo e lui part rumorosamente come un treno espresso fuori controllo. Dissi alla guida, in fanakalo: "La sua testa era decisamente a sinistra". Ribatt: "Aikona [no], la sua testa era a destra".
Avevo colpito il bufalo al fianco.
Seguimmo la scia di sangue per circa un'ora. C'erano impronte insanguinate ovunque ma non si scorgeva traccia dell'animale. Rammentai di colpo cosa mi aveva detto mio nonno, ossia che il bufalo gira in tondo e ti raggiunge alle spalle, cos cominciai a camminare tenendo la testa girata per guardare costantemente dietro di me come se mi aspettassi un improvviso evento terrificante da film horror.
Guardai ma non c'era niente. Guardai di nuovo ed eccolo alle mie spalle, diverse centinaia di chili di rabbia incandescente decisi a ridurmi in polvere per vendicarsi. Non appena incrociai il suo sguardo si lanci alla carica. Sparai ancora e ancora, ma il bufalo si limit ad avanzare e io non sapevo quale fosse il punto migliore in cui colpirlo; quando arriv quasi a portata di mano capii che era tutto finito, non sarei mai diventato un celebre cacciatore e mio padre mi avrebbe comunque ucciso, se l'avesse scoperto, e poi Barry lo centr al cervello e l'animale stramazz al suolo. Si poteva sentire il mio battito cardiaco da un chilometro di distanza e mi fischiavano le orecchie a causa di tutti gli spari, ma quando smisi di tremare feci un passo in avanti e gli toccai il naso con la canna del fucile in un piccolo gesto di rispetto. Nonostante la mia goffaggine ero riuscito a uccidere il mio bufalo, ma lui aveva quasi ucciso me.
Vita e storie sono indissolubilmente intrecciate. Creiamo narrazioni per dare un senso al mondo, per ricostruirlo in modo da suscitare gioia e meraviglia. Il mio istinto di scrittore si stava affinando. Nel mio squallido e caotico appartamentino da scapolo di Salisbury avevo perso di vista il fatto che la mia vita era gi leggendaria, piena e ricca di storia, popolata da personaggi pi eccitanti di quelli che un romanziere principiante avrebbe mai potuto trovare nella propria immaginazione: mio padre, mia madre, mio nonno, tutte le innumerevoli persone che abitavano il mio angolino d'Africa. Erano loro la chiave per scrivere il mio primo romanzo di successo.
Posai la penna. Il destino del leone era finito, per la prima volta la sua sorte non era pi nelle mie mani. In quelle pagine avevo narrato la storia di Sean e Garrick Courtney; i due fratelli avevano ereditato il nome di mio nonno mentre il loro padre, Waite, si ispirava a lui. Il racconto di come erano cresciuti in un allevamento di bestiame nel Natal alla fine del XIX secolo si rifaceva alla mia adolescenza selvaggia. La disabilit di Garrick, dovuta prima a un incidente di caccia e in seguito al suo incauto eroismo durante la guerra anglo-zulu, era un riflesso della poliomielite che avevo contratto da ragazzo e che mi aveva lasciato una gamba destra irrimediabilmente debole. Le avventure di Sean durante la corsa all'oro nel Witwatersrand, il suo viaggio in veste di cacciatore d'avorio nel Bushveld, persino il drammatico ritmo altalenante della sua vita amorosa giungevano direttamente dal mio passato. La genesi dei due ragazzi scaturiva dal profondo della mia personalit e loro rappresentavano i miei due lati contrastanti: Sean nutriva solide, insopprimibili ed eroiche ambizioni laddove Garrick era pi riflessivo, sensibile e consapevole della propria fallibilit.
Lo giudicavo un buon romanzo - verosimile, basato sui fatti e autentico - ma quando lo spedii alla mia agente a Londra fui assalito dai dubbi striscianti che ogni giovane scrittore deve affrontare.
Nelle settimane seguenti decisi di non pensarci. Tentai di non immaginare il viaggio del mio romanzo nel mondo: la mia agente che redigeva una sublime lettera di accompagnamento, le sue telefonate da imbonitore. Tentai di non immaginare quel voluminoso manoscritto posato sulla scrivania di vari commissioning editors a Londra o New York, una torre di aspettative fra una miriade di altre speranzose opere prime. Tentai di non raffigurarmi gli editor seduti in poltrona a leggerlo, accigliarsi, scartarlo. E quando, finalmente, arriv un telegramma da Londra, non ebbi il coraggio di aprirlo.
Stavo tremando. Togliti il pensiero, mi dissi. Lo aprii. Vi erano stampate le parole che avrebbero cambiato la mia vita. Il destino del leone aveva trovato una casa editrice. Charles Pick, che dirigeva da qualche tempo la prestigiosa casa editrice londinese William Heinemann, aveva fatto un'offerta per comprarlo. Era un uomo che aveva accompagnato John Steinbeck alla cena che celebrava il suo Nobel, un uomo che aveva bevuto vermouth con Graham Greene ad Antibes, e adesso voleva pubblicare uno scrittore sconosciuto chiamato Wilbur Smith.
Ebbi l'impressione di cadere nuovamente, il granito della kopje che sgusciava via dalla mia presa, lasciandomi a dondolare nel vuoto a novanta metri da terra. Fu il momento che defin la mia giovane vita.
Il destino del leone sarebbe diventato un bestseller, avrebbe ammaliato lettori sparsi per il mondo e dato inizio alla carriera che nel corso della mia lunga vita mi avrebbe portato a vivere una miriade di avventure.
* James Biggles Bigglesworth  l'asso dell'aviazione e avventuriero protagonista dei quasi cento romanzi scritti da William Earl Johns (1893-1968) mentre William e basta  il titolo del primo dei libri per ragazzi scritti da Richmal Crompton (1890-1969) e incentrati sulle avventure del giovane William Brown. (N.d.T.)
.
** Soprannome di Ayesha, protagonista del romanzo fantastico-avventuroso di H. Rider Haggard La donna eterna (1887). (N.d.T.)
...
.
...
CAPITOLO 4. QUESTA VITA DA RAGAZZO.
...
.
...
Gli anni della scuola lasciano un'impronta su qualsiasi ragazzo, le lezioni apprese possono forgiare un destino o deformare una mente in fase di sviluppo, e si pu passare una vita intera a rimediare ai danni che un istituto pu infliggere. A scuola mi sono fatto alcuni carissimi amici e ho avuto esperienze che non dimenticher mai, ma quando ripenso a quei giorni mi torna in mente la battuta di Woody Allen: "La mia istruzione  stata orrenda. Ho frequentato una serie di scuole per insegnanti mentalmente disturbati".
Avevo otto anni quando la mia vita idilliaca in un ranch africano termin bruscamente. Il mio amico Barry era stato mandato in un collegio nel Sud e io mi sentii tenuto a seguirlo: in fondo era il mio compagno d'armi nelle avventure, il mio fido luogotenente durante le nostre imprudenti bravate, cos chiesi ai miei genitori se potevo andarci anch'io. Mia madre scoppi a piangere davanti alla prospettiva che il figlio si allontanasse da casa, il che mi sconcert. Cosa sapeva di tanto inquietante che io invece ignoravo? Mio padre invece non ebbe il minimo dubbio; aveva imparato il mestiere a Pietermaritzburg e, pur non essendo certo un topo di biblioteca, sapeva quale genere di educazione desiderava per il figlio. Le storie potevano anche non significare nulla, per lui, ma considerava la conoscenza la chiave per il successo. "La trovo un'ottima idea!" disse. Venni debitamente iscritto al collegio Cordwalles di Pietermaritzburg nel Natal sudafricano, una scuola privata che doveva prepararmi per la cosiddetta Eton sul veld, la Michaelhouse nelle Midlands della stessa provincia.
Il motto del Cordwalles era Il coraggio forgia il carattere, che mi piaceva molto. Gli edifici erano fatti di bei mattoni rossi e c'erano vasti campi da gioco e una tenuta boschiva in cui perdersi. La prima settimana fu eccitante, ma il gusto della novit si esaur in fretta. Le docce fredde, la disciplina, il pessimo cibo e le interminabili funzioni religiose smorzarono ben presto il mio entusiasmo giovanile. Poi, per usare il gergo dei collegi sudafricani, venni jacked, ossia colpito tre volte sul sedere con un bastone di malacca per l'imperdonabile crimine di avere parlato dopo lo spegnimento delle luci. Mio padre non sarebbe mai stato cos ingiusto, impartiva punizioni severe ma eque.
Chiesi di vedere il preside e quando finalmente mi ricevette nel suo ufficio spiegai che sarebbe stata una buona idea lasciarmi tornare nella tenuta di famiglia, dato che la scuola sembrava non soddisfare le mie esigenze. Mi guard da sopra il bordo degli occhiali e spieg che non era d'accordo con me. Me ne andai sconsolato. Non si poteva tornare indietro, avrei dovuto scontare l'intera condanna di cinque anni l, fra lavoro ingrato e infelicit.
Il viaggio in treno dallo Zambia alla scuola dopo ogni vacanza divenne un autentico purgatorio. Mia madre ricacciava indietro le lacrime mentre la salutavo e il terrore che sentivo alla bocca dello stomaco sembrava piombo quando salivo a bordo a Lusaka. Cambiavo treno a Bulawayo, nell'odierno Zimbabwe, e poi di nuovo a Johannesburg per salire su quello per il Natal. Il viaggio durava due notti e tre giorni, e io passavo il tempo guardando fuori dal finestrino, bramando la libert mentre il paesaggio che amavo scompariva in lontananza. La scuola era una tortura perenne. Pu sembrare un'inezia, ma il primo anno mi venne rubato l'adorato coltello a serramanico Joseph Rodgers, un furto che mi lasci inconsolabile. Nonno Courtney me l'aveva regalato quando avevo compiuto sette anni. Glielo avevo visto usare per macellare dei maiali, esibendo un'abilit stupefacente, e il coltello rappresentava il legame con casa mia, con il mondo rude, arduo e spericolato che mi ero lasciato alle spalle. Adesso apparteneva a qualcun altro, era solo l'ennesimo oggetto rubato, e io non lo avrei pi rivisto. Avevo nostalgia di casa, ogni sera piangevo fino a addormentarmi, soffocando le lacrime con il cuscino perch se venivi sorpreso a frignare diventavi un emarginato. Non potevi mai mostrare alcuna debolezza n ammettere che ti sentivi ferito o che ti mancava l'affettuoso abbraccio della tua famiglia. Imparai lo stoicismo e la sopportazione, indurendo il mio cuore mentre tentavo di cauterizzare le piccole parti interiori che sanguinavano. I libri divennero la mia via di fuga e le storie furono i miei unici compagni durante i lunghi giorni e le lunghe notti al collegio. Mi fornirono nuovi mondi da esplorare, personaggi che potevo farmi amici o amare, avventure che avevano un significato e uno scopo, luoghi esotici, eccitanti e pieni di meraviglie. Mi offrivano ore di libert dai dormitori austeri, le aule piene di urla, i bagni gelidi o le palestre punitive. Perdermi nelle storie divenne un'essenziale tecnica di sopravvivenza e da allora lo  sempre rimasta.
Non ero un bravo alunno. Se non ti interessava brandire una mazza da cricket o calciare un pallone da rugby, e se odiavi il latino e la matematica, eri considerato un lavativo, il che non era certo un bene e ti trasformava in un paria a livello sociale. Ma non mi importava, avevo i miei libri. La biblioteca della scuola comprendeva, nella galleria al primo piano, una sezione speciale dedicata alla fiction che ospitava pi di mille titoli. Forse un tempo erano stati disposti in ordine alfabetico, ma ormai costituivano i premi di una pesca miracolosa. Partii da un'estremit e piano piano cominciai a leggerli. La sera leggevo sotto le coperte perch le luci venivano spente alle nove, dopo di che era severamente vietato parlare e il silenzio era rotto solo dall'occasionale scricchiolio delle incavate e decrepite molle dei letti scossi dai nostri tremori durante la notte. Leggevo alla luce della torcia, il che mi ha probabilmente rovinato la vista ma non tanto da impedirmi di mirare e sparare. Il primo libro che divorai sotto le coperte fu Ambra di Kathleen Winsor, uno scabroso romanzo storico ambientato nell'Inghilterra seicentesca che ai suoi tempi venne bandito per indecenza dalla Chiesa cattolica, il che fece meraviglie per la sua popolarit. Fu un'esperienza estremamente appagante.
Il mio insegnante di inglese era un uomo che chiamer per comodit signor Forbes. Aveva un registro in cui dovevamo elencare ogni settimana i libri che avevamo letto; laddove la media dei miei compagni di classe andava da zero a uno a testa, in una settimana proficua io potevo arrivare fino a sei o sette. Il mio vorace appetito per i libri attir l'attenzione del signor Forbes, che mi prese sotto la sua ala e cominci a parlare con me di quello che avevo letto in settimana. Mi incoraggi a considerare encomiabile, e non un motivo di profonda vergogna, l'essere un topo di biblioteca. Mi disse che i miei temi rivelavano un enorme potenziale e discutemmo di come ottenere determinati effetti drammatici, sviluppare i personaggi e far s che una storia procedesse. Mi indic autori che avrei apprezzato e libri che dovevo leggere.
Inoltre, cosa ai tempi inaudita, mi chiamava Wilbur invece che Smith, come se facessi parte della razza umana. Adesso, cinquant'anni dopo, vanto una lunga carriera come autore di bestseller e tutto inizi sotto le coperte di un dormitorio del Cordwalles.
Sviluppai un fervore religioso nei confronti della lettura e della parola scritta, la bellezza della lingua inglese, i suoi ritmi e suoni, la sua musicalit. Una volta aperta la mente alla ricchezza della lingua fui in grado di muovere il primo passo nella scrittura. Cominciai con i temi per la lezione di inglese intitolati La mia ultima vacanza o Il mio cane e poi, padroneggiati quelli, passai alla narrativa e lasciai briglia sciolta all'immaginazione. Dopo un po' cominciai a ottenere A, AA e AAA per i miei saggi, mentre i miei voti nelle altre discipline scendevano in picchiata a causa della mancanza di interesse e prendevo B e C in materie quali matematica e scienze.
Alla fine dell'anno ricevetti il premio quadrimestrale per il miglior tema scelto dal signor Forbes grazie a un racconto breve intitolato The Monarch of the Ilungu (Il monarca dell'Ilungu), l'avventura di un elefante ferito che, seminato il cacciatore che lo segue, torna dal suo branco per strappare il comando a un giovane intruso. Lo scrissi a dodici anni e potete leggerlo nell'appendice in fondo a questo libro.
Fu il primo encomio che i miei scritti si fossero mai meritati. Il libro che ricevetti in premio venne scelto personalmente dal signor Forbes e lo conservo tuttora,  Introduction to Modern English and American Literature di W. Somerset Maugham. Si trova sullo scaffale accanto a C.S. Forester ed  un'antologia degli splendidi scritti dell'epoca, fra cui un racconto di Ernest Hemingway, La breve vita felice di Francis Macomber, che amai a tal punto che, non conoscendone l'autore, localizzai e lessi subito Il vecchio e il mare. Da allora lo ritengo uno dei pi grandi scrittori di tutti i tempi.
Hemingway divenne il mio idolo letterario e la scrittura mi parve l'occupazione degli dei, la pi nobile delle vocazioni, la pi sublime delle aspirazioni, la pi alta montagna da scalare. Rammentai il commento di Hemingway secondo cui scrivere bene era una perenne sfida, la cosa pi difficile che avesse mai fatto eppure in grado di renderlo immensamente felice quando vi riusciva.
Per la prima volta pensai che forse un giorno avrei potuto unirmi al pantheon di scrittori e vivere sull'Olimpo fra loro. Poi, all'inizio di un nuovo trimestre, rimasi sconvolto scoprendo che il signor Forbes aveva lasciato il corpo docente della scuola, in gran fretta e inaspettatamente. Non ne ho mai saputo il motivo.
Il signor Forbes fu il mio primo insegnante nell'arte del raccontare e trascorsero diversi anni prima che conoscessi un altro uomo capace di ispirarmi nello stesso modo. Nel frattempo i miei unici maestri furono gli scrittori di cui divoravo le opere.
L'anno seguente, nel 1946, subito dopo la Seconda guerra mondiale, passai alla scuola superiore, la Michaelhouse, nell'odierna provincia sudafricana di KwaZulu-Natal, fondata come collegio maschile nel 1896 e con un forte ethos cristiano. Gli edifici scolastici originari, costruiti con i locali mattoni rossi di Pietermaritzburg, ricordano lo stile gotico inglese; sono quadrangolari e tutti collegati fra loro, permettendo cos di andare da un'estremit all'altra dell'istituto senza mai uscire all'aperto, il che era molto comodo nei giorni di pioggia. Oggigiorno  una delle scuole pi prestigiose del Sudafrica, famosa a livello internazionale per la sua eccellenza.
Ai miei tempi amava definirsi St Michael's Academy for Young Gentlemen, nome ben poco azzeccato perch fra noi non c'era nemmeno un gentiluomo. Il suo fondatore, il prete anglicano James Cameron Todd, aveva dichiarato: "Il nostro scopo  creare non contabili, non impiegati, non medici, non ecclesiastici bens uomini dotati di comprensione, capacit di riflessione e cultura". Era un illuso oppure semplicemente perfido. La routine scolastica era pressoch identica a prima, se non peggiore, il cibo immangiabile e le percosse immotivate pi frequenti. Era diffusa la stessa ossessione per gli sport di squadra e le materie scientifiche. Dato che la scuola era situata sulle montagne del Drakensberg, gli inverni erano gelidi e sembrava che non avessimo mai abbastanza coperte sul letto. Dovevamo alzarci per fare la doccia a un'ora spaventosa, quand'era ancora buio, e la limitata quantit di acqua calda era riservata agli studenti dell'ultimo anno, quindi noi piccoli dovevamo lanciarci attraverso una rada pioggerellina di acqua gelida e uscire, blu per il freddo, dall'altra parte.
Ero membro della casa Founders, quella immortalata dall'attore e drammaturgo sudafricano John van de Ruit nella serie Patata,* ma i miei giorni entro quelle mura non somigliarono affatto a quelli di Patata o di Tom Brown. I ragazzi del primo anno erano chiamati kaks, che in afrikaans significa stronzetti. Noi piccoli kaks ci trovavamo in fondo alla catena alimentare e dovevamo servire e riverire i prefetti della casa, obbedendo in tutto e per tutto ai loro ordini. Le matricole si mettevano in fila e i prefetti sceglievano: sembrava il mercato degli schiavi. Restavamo in piedi al freddo formando una lunga fila, rossi in volto, saltellando sul posto, aspettandoci il peggio. Io fui fortunato, il mio prefetto era Chick Henderson, il giocatore di fama internazionale del Transvaal e della Scozia, oggi ricordato soprattutto per la sua collaborazione con il Barbarian Rugby Club e come commentatore della tv sudafricana in lingua inglese negli anni Ottanta. Mi trattava con disprezzo ma non ingiustamente. Dovevo lucidargli le scarpe, stirargli i vestiti e, la mattina, andare nel gabinetto a scaldargli la tavoletta del water mentre l'altro suo kak gli preparava t e pane tostato.
I miei anni alla Michaelhouse furono un'esperienza debilitante. Non c'era alcun rispetto per gli alunni. Gli insegnanti erano brutali, i prefetti ci picchiavano e i ragazzi pi grandi erano veri e propri bulli. Era un ciclo di violenza che si perpetuava all'infinito. La verga era una presenza costante in tutto ci che facevamo, una scura ombra malevola. Le punizioni avevano una loro routine precisa e non venivano inflitte al momento della violazione ma erano programmate per il sabato sera e si accumulavano. Cos, se bisbigliavi nella cappella la domenica e ti presentavi in ritardo all'appello il luned, toccavi le posate in sala da pranzo prima della preghiera il marted o parlavi dopo che venivano spente le luci il mercoled, il sabato sera restavi seduto in anticamera aspettando che ti chiamassero nella sala comune dei prefetti. A quel punto venivi fustigato per la prima violazione e poi rimandato fuori ad aspettare di essere chiamato per la seguente e cos via. Potevi subire quattro o cinque battute in una volta sola, era molto doloroso. E non appena ricevuta l'ultima serie di sferzate dovevi raddrizzare la schiena e ringraziare i prefetti per la punizione senza mostrare alcuna traccia di disagio o rabbia; non potevi nemmeno strofinarti il sedere davanti a loro. Era arbitrario, irrazionale e imprevedibile, quel mantenere la disciplina tramite la paura.
Alcuni prefetti erano dei veri esperti in materia di fustigazione. Avevano l'abitudine di passare del gesso sulla verga in modo che la prima staffilata lasciasse una riga, un bersaglio a cui mirare, e li colmava di orgoglio riuscire a sferrare tutti i colpi nello stesso punto cos da lasciarti un gran bel livido, se non riuscendo addirittura a tagliare la pelle. Ricordo la prima volta in cui tornai a casa per le vacanze: mia madre entr in bagno mentre ero nella vasca e vide che avevo il sedere coperto di varie sfumature e gradazioni di viola. Ne rimase sconvolta. "Vado subito a parlare con il preside" annunci. La implorai di lasciar perdere. "Mamma, non puoi farlo. Non capisci, se vai a reclamare dal preside lui chiamer i prefetti e io verr bollato come uno spione, un piagnucolone."
Mio padre non avrebbe fatto nulla. Avrebbe alzato le spalle e detto: Be',  cos che funziona il sistema. Ti temprer.
Imparai ad accettare le punizioni senza lamentarmi. Riuscire a sopportare le percosse attestava la tua resistenza, ma all'epoca ero profondamente infelice. Il mio professore di inglese mi insegnava anche scienze e possedeva ben poca arguzia o immaginazione, e nel suo animo non c'era traccia di poesia. Per me non vi furono altri premi.
La lettura rimase il mio rifugio sicuro, la mia oasi privata, e la scrittura creativa stava diventando una droga. A scuola eccellevo nei temi. Riuscivo a esprimermi meglio sulla carta che non nella conversazione, ma non sapevo come sfruttare la cosa. Come puoi farti notare, in veste di scrittore? Come diventi un autore pubblicato? Finii per fondare una rivista scolastica di cui scrivevo io l'intero contenuto, a parte le pagine sportive.
La mia rubrica satirica settimanale conquist una certa fama e arriv fino al Wykeham Collegiate di Pietermaritzburg e al St Anne's Diocesan College nel paesino di Hilton, le due scuole femminili note per ospitare le ragazze pi carine nel raggio di centinaia di chilometri. Fu il mio unico risultato degno di nota.
Alla fine dell'anno la scuola assegn il premio di eccellenza al ragazzo che azionava il ciclostile per stampare la rivista. Rimasi annientato. Il preside mi chiam nel suo ufficio per spiegare che aveva deciso di premiare lui come gesto simbolico verso l'intero personale del periodico, preferendo sorvolare sul fatto che io fossi l'unico membro del personale. Manc anche di menzionare, per quanto io ne fossi pienamente consapevole, che il ragazzo premiato era pure il capitano della seconda squadra di cricket della scuola.
Un'altra cosa che feci alla Michaelhouse fu cominciare a fumare, nei gabinetti. Non ebbi successo nemmeno in quello, perch venni colto in flagrante e punito con sei sferzate delle migliori. Il lato positivo della mia carriera scolastica fu che riuscii a scrollarmi di dosso tutti i vizi quando ero ancora relativamente giovane. Smisi di fumare trenta sigarette al giorno intorno ai trentacinque anni, dopo che Il destino del leone divenne un bestseller.
Quando lasciai la Michaelhouse avevo letto ogni libro della biblioteca, ne sono sicuro. C.S. Forester e i suoi romanzi con Horatio Hornblower rimanevano fra i miei preferiti. Li divorai tutti e molti anni pi tardi, quando ormai potevo permettermelo, cercai le prime edizioni e le feci rilegare in pelle di vitello. Oggigiorno occupano il posto d'onore sui miei scaffali.
Hornblower era il mio eroe ideale. Era un uomo dalla personalit composita: gentile, timido e un amico fidato, ma tormentato dall'insicurezza finch non si ritrov ritto sul cassero di una nave da guerra di Sua Maest, dopo di che divenne un comandante valoroso e impavido. Svolse un ruolo importante nella mia vita a scuola, regalandomi la sicurezza necessaria ad affrontare il perenne fuoco di fila - perch a volte l sembrava davvero di essere in guerra - e la garanzia che l'uomo onesto, leale e buono avrebbe trionfato a prescindere dalle probabilit di successo. Persino oggi ho l'abitudine di prendere dallo scaffale uno di quei volumi rilegati in pelle e aprirlo a caso. Quando leggo ad alta voce uno dei paragrafi di Forester mi viene la pelle d'oca sulle braccia. Quelle parole sono come un pregiato chiaretto d'annata, sulla mia lingua.
I nostri unici incontri con l'altro sesso erano rappresentati dai balli o serate trimestrali con le ragazze che venivano portate fin l in autobus dalle scuole sorelle. Erano occasioni orrende: noi restavamo allineati lungo le pareti osservando e sussurrando mentre le ragazze entravano in fila indiana, poi le luci si abbassavano, la musica iniziava e tutti facevano del loro dannato meglio per palpeggiarsi a pi non posso prima che la serata finisse.
Il mio risveglio sessuale ebbe luogo sulle spiagge di Durban, dove trascorrevamo le vacanze natalizie quando la mia famiglia scendeva dal Copperbelt. Non andai fino in fondo, fu la ragazza a condurre, con la bocca, e con tanto successo che trascorsero anni prima che capissi che il sesso poteva comportare di scendere sotto la cintola di una fanciulla.
La nostra famiglia alloggiava al vecchio Imperial Hotel e trascorreva la maggior parte delle vacanze pescando sulle spiagge del Natal. Era un'esperienza fantastica che suscit in me un imperituro amore per la pesca, tanto in mare quanto in acqua dolce. Una volta che pap fece fortuna si trasfer con la mamma gi a Kloof, fuori Durban, dove comprarono una casa.
Ma al termine di ogni vacanza, colmo di terrore, dovevo intraprendere il lungo e tortuoso viaggio per tornare alla Michaelhouse, nelle Midlands. Rimasi un ribelle fino alla fine, non certo l'atteggiamento pi adatto se ci si vuole integrare. Non diventai mai prefetto, non mi interessava, ma ero capitano della squadra di tiro e capitano della seconda squadra di rugby, giocando con il numero 8, un ruolo da pigro predatore che mi calzava a pennello.
Poi la mia vita ebbe una svolta imprevista quando, a sedici anni, mi ammalai di poliomielite. Scoppi un'epidemia e alcuni ragazzi che conoscevo non si ripresero mai, i loro polmoni collassarono. All'epoca la polio rappresentava uno dei problemi di salute pubblica pi devastanti del mondo e mieteva vittime soprattutto fra i bambini; fu solo nel 1955 che il virologo americano Jonas Salk svilupp il primo vaccino. La mia gamba destra venne duramente colpita, tanto da rimanere debole e raggrinzita, ma la sinistra ha compensato la cosa per il resto della vita, e la destra ha cominciato a protestare solo dopo che ho compiuto ottant'anni.
Finalmente, nel dicembre del 1950, tornai libero. Molti alunni della Michaelhouse arrivarono a distinguersi nello sport: centocinquantasette ex studenti hanno rappresentato settanta paesi in quarantotto discipline diverse, e alcuni sono diventati leader nel loro campo, veri e propri pilastri dell'establishment. Quanto a me, scrittore a tempo pieno, sono disoccupato sin dall'et di trent'anni e, insieme alle recensioni positive e ai lettori fedeli, quello che mi ha reso pi felice  la libert di fare ci che mi pare.
Nel corso degli anni sono passato diverse volte davanti alla scuola, ma senza mai entrarvi.  come oltrepassare una casa stregata. Gli anni trascorsi alla Michaelhouse sono stati i peggiori della mia vita. Nel 2001, rispondendo a un articolo sui miei studi laggi che avevo scritto per il Sunday Tribune di Durban, il preside del tempo, Dudley Forde, lui stesso un ex alunno ma di sette anni pi giovane rispetto a me, ammise che negli anni Cinquanta il bullismo aveva giocato sicuramente un ruolo non solo alla Michaelhouse ma in tutti i collegi sudafricani dell'epoca. Le punizioni corporali da parte dei prefetti, spiegava, erano cessate nei primi anni Settanta ed erano state a mano a mano eliminate dal personale prima dell'approvazione della nuova Costituzione del Sudafrica (che le dichiarava comunque illegali) a met degli anni Novanta.
"Per tutti noi che operiamo nel campo dell'istruzione l'articolo del signor Smith  un vigoroso memento dei danni duraturi che le pratiche da lui descritte possono causare in un giovane in fase di sviluppo. La sua palese amarezza in merito all'istruzione ricevuta non  mitigata dal desiderio di avere qualcosa a che fare con la scuola. In base a quanto si pu dedurre leggendo i suoi romanzi, il signor Smith vanta una profonda compassione per chi  svantaggiato, un eroico senso della giustizia e l'avversione di tutta una vita verso chi  arrogante, altezzoso e brutale. L'attuale leadership di questa scuola, il personale e i ragazzi condividono tale modo di vedere. La Michaelhouse odierna  una scuola diversa e offre a tutti gli alunni l'occasione di sviluppare appieno i propri talenti in un ambiente felice e colmo di premure" dichiar Forde.
* Primo dei quattro romanzi pubblicati fra il 2005 e il 2012 che narrano le avventure di John Milton, soprannominato Patata dai bulli del prestigioso collegio maschile che frequenta. Tom Brown  invece il protagonista di Gli anni di scuola di Tom Brown
(1857) di Thomas Hughes, ambientato nel collegio inglese di Rugby. (N.d.T.)
...
.
...
CAPITOLO 5. QUESTA VITA DA STUDENTE.
...
.
...
Dopo quattro anni di infelicit e sopportazione mi trasferii alla Rhodes University, a Grahamstown, nella provincia sudafricana del Capo Orientale. Il suo motto era Dove studiano i leader e un altro ex alunno di nome Smith, Ian, mise in pratica la massima diventando primo ministro della Rhodesia nel 1964. Io invece convogliai le mie energie in modo ben diverso, quando il paradiso mi si spalanc dinnanzi. All'improvviso c'erano ragazze che non indossavano lo scamiciato della scuola n si dirigevano tutte impettite verso la chiesa formando una fila ordinata. Fino a quel momento non avevo mai nemmeno sognato quanto fossero morbide e tiepide quelle splendide creature o quale dolce profumo emanassero. Chi mai ha amato, se non ha amato a prima vista?, scrisse Shakespeare in Come vi piace.
Vivevo nella Matthews, parte della Founders Hall, e trovai ben presto la strada che portava al pensionato femminile, l'Oriel, che prendeva il nome dall'Oriel College di Oxford. Mi innamorai di una ragazza del secondo anno che pur essendo fidanzata con un avvocato di Port Elizabeth si prese una cotta per il sottoscritto, una goffa matricola ingenua e ansiosa di piacere ma che bramava l'avventura e le nuove esperienze. Nel giro di una settimana scoprii con gioia che la lingua non era l'unico strumento con cui dare piacere durante il sesso. Lei era bellissima e diventammo amanti, incapaci di resistere alla fusione dei nostri corpi, a una tenerezza cos sfrenatamente liberatoria. Le serviva un lasciapassare per rientrare al pensionato in ritardo mentre, com'era tipico a quei tempi, io non ne avevo bisogno perch la regola non si applicava agli studenti maschi. Una sera salimmo oltre i campi da tennis, fino a un angolino appartato, e quando il divertimento fin ci addormentammo beatamente sotto le stelle. Tornammo all'Oriel ben oltre la mezzanotte e visto che lei non aveva un pass le ragazze pi grandi la colsero in flagrante e la denunciarono. Lei fece il mio nome e venimmo spediti dal vicerettore, il dottor Thomas Alty, a dare spiegazioni.
Dal suo punto di vista non c'erano attenuanti per la ragazza, cos la sospese temporaneamente. Poi venne il mio turno: quando mi chiam nel suo ufficio pensai che per me fosse finita e che sarei stato espulso. "Smith, questa  un'infrazione molto grave" disse il vicerettore, esaminandomi.
"S, signore" replicai fissando il pavimento e tentando di apparire contrito. Vi fu una pausa di silenzio e lui parve prendersi il tempo di riflettere sulla mia risposta, o forse voleva vedermi dimenare sulla sedia per l'imbarazzo o magari si stava solo immaginando il nostro peccaminoso accoppiamento, valutandone portata e conseguenze. "La signorina con cui lei si trovava" continu poi, " una creaturina giovane e graziosa ma ha gi la fama di cattiva ragazza." Annuii e sorrisi interiormente rammentando le nostre deliziose acrobazie e il suo entusiasmo. Il vicerettore aggiunse: "Credo che in questo caso lei non abbia nessuna colpa, quindi per questa volta le concederemo un'esenzione. Faccia in modo che la cosa non si ripeta".
E cos fu, perch non venni pi colto sul fatto, ma mi dispiacque per la ragazza: si prese lei tutta la colpa e non era giusto. Da quel momento in poi, tuttavia, sognai ben poco a parte l'altro sesso. Persino i libri vennero dimenticati, nella febbrile eccitazione di quella nuova scoperta. Divenni un vero esperto nello scalare i pluviali dei vari pensionati femminili. Ero una specie di ragazzo selvaggio proveniente dal bush e le fanciulle sembravano apprezzare la mia temerariet, il mio disprezzo per le regole e i regolamenti, che giudicavo antiquati e tristi. Durante le lunghe vacanze universitarie lavorai e mi comprai una Ford Model T per 7 sterline e 10 scellini. Era dipinta di rosa con parafanghi azzurri e dietro aveva un adesivo che diceva: Peaches, this is your can (Pesche [Bellezze], questa  la vostra scatoletta). S, lo so, adesso me ne vergogno, ma succedeva ai tempi in cui le cateratte si erano appena aperte. L'auto non aveva il sedile posteriore cos riempimmo lo spazio con alcuni materassi. Mi era rimasto qualche soldo dei lavoretti svolti durante le vacanze, avevo una macchina e potevo viaggiare, e le mie sperimentazioni amorose partirono a tutta birra.
Dopo l'incontro con il vicerettore non rividi pi la mia amante, ma un giorno, alla fine del 1999, stavo attraversando il sobborgo di Kenilworth, a Citt del Capo, e mi fermai a un robot (come in Sudafrica chiamano il semaforo). Qualcosa mi spinse a girare la testa e l, sull'auto accanto alla mia, c'era la ragazza che avevo amato ai tempi all'universit, diventata una donna dall'aria matronale. L'incontro mi fece correre un brivido sensuale lungo la schiena, ma fu anche come vedere un fantasma, uno spirito che mi chiamava da un lontano passato. Lei non disse nulla, si limit a guardarmi e a muovere le labbra pronunciando la parola Wilbur, sorrise e si allontan quando scatt il verde.
A quei tempi l'espulsione era soltanto uno dei possibili rischi. Non dovevamo combattere con l'HIV e l'AIDS come oggigiorno, ma c'era l'annosa preoccupazione di mettere incinta una ragazza. Eravamo molto in ansia riguardo ai contraccettivi. La ragazza diceva: " tutto a posto, ho appena avuto il ciclo" o qualcosa del genere, e tornava la tranquillit. Talvolta, per risparmiare, prendevamo i preservativi, li lavavamo e poi li cospargevamo di talco per farli asciugare. Alcuni li utilizzavamo tre o quattro volte, altri una mezza dozzina. Li gonfiavamo e ce li accostavamo all'orecchio per controllare che non perdessero. Non sto affatto raccomandando di usarli in questo modo! Persino rammentare le nostre imprese come sto facendo adesso mi spinge ad arrossire al pensiero di quant'eravamo avventati e irriguardosi, ma all'epoca non c'erano alternative.
Consumare ingenti quantit di alcol, sbronzarsi e mettere alla prova la propria capacit di guidare sono riti di passaggio, all'universit. Le gare di bevute erano quasi uno sport, e un autentico spasso, ma accompagnate dagli ovvi rischi di comportamento riprovevole, cadute rovinose e stupidit generale. Io ero un vero asso nella stupidit generale, ma sapevo anche reggere l'alcol. Lo avevo assaggiato per la prima volta a tredici anni, dopo una delle feste dei miei genitori durante le vacanze estive, quando avevo bevuto quello rimasto sul fondo dei bicchieri. Scoprendone il gusto orrendo non ero riuscito a capire l'attrazione del bere, cos avevo continuato a tracannare gli alcolici avanzati per scoprire cosa piacesse tanto agli adulti. Dopo un breve lampo di euforia vomitai dietro la casa, poi raggiunsi il letto barcollando e temendo che il cervello stesse per esplodermi. Stranamente l'indomani mattina non soffrivo dei postumi della sbornia; forse non avevo poi bevuto cos tanto? I piaceri dell'alcol rimasero per me un totale mistero finch non andai alla Rhodes e sviluppai un'autentica passione per la Castle Special. Costava 9 pence al quartino, e un quartino bastava a stenderti! In realt ho sofferto del mio primo doposbornia all'universit, dopo una partita di rugby. Avevo preparato un cocktail di mia invenzione, l'intruglio pi disgustoso di tutti i tempi, che nessun altro volle bere. Era fatto con birra Castle mescolata a succo di pomodoro, una sorta di shandy salutare ma ad alto contenuto alcolico, in anticipo sui tempi. Avrei dovuto brevettarlo.
Un'altra brutta abitudine che presi all'universit fu il gioco d'azzardo, ma il padre del mio migliore amico, un preside assai stimato, mi spieg che giocare d'azzardo non  divertente a meno che tu lo faccia con poste che non puoi permetterti. Ci pensai su e rinunciai subito.
I miei quattro anni alla Rhodes finirono troppo in fretta. Era arrivato il momento di avventurarsi nel mondo, imparare cos'era la vita reale e trovarsi un lavoro. Avevo sognato di diventare giornalista assecondando il mio amore per la scrittura, oppure un grande cacciatore, ma mio padre mi aveva esortato esplicitamente a trovarmi un impiego adeguato.
Avevo seguito il suo consiglio e a quel punto ero laureato in contabilit, cosa che non cessava di stupirmi. Dopo la laurea non andai subito a casa, ma scesi a Port Elizabeth, dove ottenni un impiego come dirigente in prova alla Goodyear Tyre and Rubber. Il mio primo stipendio mensile fu di 27 sterline, una somma discreta che mi consentiva di vivere con agio. Avevo un'auto e riuscivo a corteggiare alcune signorine e a comprare qualche drink. Mi divertivo. A tal punto, in realt, che dopo meno di sei mesi di vita adulta ero gi sposato pur non avendo ancora ventiquattro anni.
Avrei potuto trasferirmi a Port Elizabeth, ma distava solo centodieci chilometri da Grahamstown e non mi ero lasciato davvero alle spalle i miei giorni da studente. Possedevo ancora un impetuoso amore per l'avventura.
A Pasqua andai a Johannesburg per passare un po' di tempo con un caro amico ed ex compagno di universit, Larry King, che era alto un metro e cinquantasette, ebreo e un comico nato, straordinariamente spassoso. Un giorno ci trovavamo al Rand Easter Show e ci stavamo dando dentro al bar nel tendone. Un wrestler americano che partecipava all'evento era appena entrato e stava cercando qualcosa da bere; si chiamava Sky-High Lee ed era alto due metri e diciotto.
Larry e io stavamo parlando del giochetto in cui ti piazzi dietro un tizio quando meno se l'aspetta, ti metti schiena contro schiena con lui, gli afferri il fondo dei pantaloni e cominci a camminare in avanti. Lui finisce per perdere l'equilibrio e tu puoi portarlo dove vuoi.
Sky-High Lee si avvicin al bancone e io sussurrai a Larry, che aveva gi tracannato un paio di bicchieri, di usare quel trucchetto con lui. Larry osserv il lottatore, allungando il collo per poterlo guardare in faccia, e replic: "Stai scherzando".
"Sciocchezze, puoi riuscirci benissimo, dimostrami che non sai solo parlare" lo sollecitai.
Larry riflett per qualche istante, poi dichiar: "Sai, ora che ci penso potrei farcela!".
"Be', invece di dirlo dimostralo!"
Pos il drink sul bancone e si avvi a ritroso fino a Sky-High. Non riusc a spingere la mano abbastanza in alto da afferrargli il fondo dei pantaloni, cos gli gherm l'orlo del giaccone e poi inizi a camminare.
Sky-High si stava giusto portando il bicchiere alle labbra quando si sent tirare da dietro, cos lo pos lentamente e con la massima nonchalance si volt per scoprire uno strano ometto, rosso in volto, che piagnucolava: "Mi scusi, signor Lee, mi scusi, signor Lee".
Sky-High si pieg, lo prese per il bavero della giacca e lo sollev a mezz'aria. Lo tenne sospeso, i piedi di Larry che dondolavano a una trentina di centimetri da terra, e lo guard sbalordito, come se avesse appena scoperto una nuova specie di insetto. Poi scosse il capo, lo lasci andare e torn a dedicarsi alla sua birra.
Non lo dimenticher mai. Avrei voluto applaudire quella perfetta umiliazione. Sky-High non lo prese a pugni, non riusciva a credere che quell'ometto mingherlino avesse cercato di intimidirlo.
Larry e io passammo insieme alcuni giorni memorabili, facendoci scherzi a vicenda e alzando troppo il gomito; sfrenati e spensierati, rifiutavamo di accettare l'idea che non eravamo pi studenti. Purtroppo in seguito Larry mor in un incidente d'auto. Mi manca.
...
.
...
CAPITOLO 6. QUESTA VITA SOTTO TERRA.
...
.
...
Ero fermo sull'orlo di un precipizio, a fissare la vorticante oscurit della miniera pi in basso. Nel mondo sotto la superficie i minatori stavano seguendo ricche vene nel terreno, sgobbando nei loro angusti e velenosi cunicoli per estrarre il metallo che sin dall'alba dei tempi colma l'uomo di cupidigia e avidit: l'oro. Fuori in superficie, anch'io avevo seguito la mia ricca vena. Mi ero trasferito a Citt del Capo e stavo trascorrendo parecchio tempo nelle miniere d'oro di Johannesburg, scendendo sotto terra con i minatori, svolgendo scrupolose ricerche per il mio ultimo romanzo, Una vena d'odio. Volevo che risultasse veritiero e autentico, che mostrasse rispetto verso la vita dei minatori che stavo descrivendo. All'improvviso scivolai, il manoscritto mi cadde di mano e centocinquanta pagine, l'unica copia in mio possesso, precipitarono nel pozzo di estrazione, con i fogli che si staccavano l'uno dall'altro svolazzando nel buio. Scesero spiraleggiando oltre il punto in cui si arrampicavano i capi della miniera, oltre il livello in cui i sovrintendenti bianchi iniziavano la loro discesa e oltre quello in cui i lavoratori di colore entravano nell'elevatore a benna per effettuare la discesa finale nel cuore della miniera. Le pagine tornarono alla terra, diventando poltiglia scura. Erano il mio primo tentativo di raccontare la vicenda di Rodney Ironsides, l'ambizioso esperto minerario dalla vita difficile che si compromette la carriera accettando di allagare la sua miniera per una truffa azionaria. Mentre ascoltavo l'ultimo fruscio dei fogli che fluttuavano gi per il pozzo ripensai ai momenti speciali di personaggi e trama che sarebbero andati persi per sempre. Avrei dovuto riscrivere tutto, ma non sarebbe stata la stessa cosa.
Era l'estate del 1969, cinque anni dopo che Il destino del leone era diventato un enorme successo editoriale. L'attimo in cui, a Salisbury, avevo letto con incredulit il telegramma arrivato da Londra era stato il primo di una serie di momenti magnifici, ognuno pi surreale del precedente. Due giorni dopo, il postino aveva risalito pedalando il vialetto della casa che dividevo nello squallore con altri quattro scapoli e mi aveva chiesto di firmare per l'ennesimo modulo da telegramma beige, allungandomi poi una busta che cambi la mia vita per sempre: conteneva un assegno della William Heinemann, il primo acconto per il mio primo romanzo pubblicato, pari a poco meno di tre anni del mio stipendio dell'epoca. La mia vita stava imboccando un'eccitante nuova direzione.
Una settimana pi tardi il postino torn con un altro telegramma che annunciava che il Reader's Digest aveva scelto il mio romanzo come uno dei suoi Libri condensati. In preda a un'eccitazione incontrollata gli diedi una sterlina di mancia. Nelle settimane successive venne a suonare con sempre maggiore regolarit, portando lettere che attestavano la vendita di diritti cinematografici a Hollywood, la scelta da parte della Book Society, l'accettazione da parte della Viking Press di New York per una somma in dollari davvero strabiliante in confronto alla mia situazione finanziaria del periodo, traduzioni in Germania e Francia, la vendita dell'edizione tascabile alla Pan Books inglese. Ben presto noi due diventammo grandi amici. Lui gridava: "Un'altra, Bwana!" fuori dalla porta e, quando la aprivo, mi stava gi porgendo la mano in attesa della mancia.
I Courtney avevano cambiato per sempre la mia vita e avevo deciso che da quel momento in poi non avrei fatto altro che scrivere. Nel 1964, quando tornai dall'Inghilterra, dove avevo conosciuto i miei editori e tenuto finalmente in mano una copia del romanzo, mi licenziai. Durante i tre anni di lavoro per il Dipartimento delle imposte non avevo mai preso ferie perch non mi ero mai potuto permettere il lusso di una vacanza ed era arrivato il momento di trasformare in contanti tutte quelle ferie non godute. Fra la somma cos ottenuta e i soldi che stavo incassando grazie a Il destino del leone avevo di che vivere per qualche anno, quindi rinunciai al lavoro di contabile. Il successo del romanzo fu sufficiente per spingere la Heinemann a volerne altri, e io decisi di allontanarmi dalle distrazioni e dal caos quotidiano di Salisbury per mettere nero su bianco nuove storie.
Presi in prestito il camper di pap e mi diressi verso le montagne Inyanga, a est, un luogo magico fatto di monti, cascate, ondulati poggetti erbosi e bacini ricchi di trote. Mi fermai in un campeggio e cominciai a scrivere a pi non posso. Di tanto in tanto tornavo a Salisbury per stare con la mia famiglia e rilassarmi un po' con gli amici.
Fu durante uno di questi soggiorni a casa che mi imbattei in un giovane avvocato, John Gordon Davis. Avevamo studiato insieme alla Rhodes University ma senza mai diventare davvero amici.
Mi chiese cosa stessi facendo, cos gli parlai de Il destino del leone e del mio essermi isolato fra le montagne Inyanga per lavorare. Una ventina di anni dopo, intervistato da un giornalista, lui sottoline quanto io lo avessi ispirato a cominciare a scrivere.
Gordon Davis, all'epoca un pubblico ministero agli esordi a Bulawayo, stava percorrendo la via principale di Salisbury quando mi vide e mi salut. Dopo che ci stringemmo calorosamente la mano o, come disse lui al giornalista, ci abbracciammo vigorosamente, puntammo verso il bar pi vicino.
Davanti a grandi boccali di birra fresca raccont di essere appena tornato dal Canada, dov'era andato in cerca di avventura senza trovarla, e di lavorare attualmente presso la pretura di Bulawayo. Era annoiato e irrequieto, con lo sguardo feroce che ho notato spesso nelle persone creative che si sentono frustrate. "E tu, Smith, cosa stai combinando?" mi chiese in tono scettico, come se fossi l'ultima persona al mondo che a suo parere avrebbe potuto riuscire in una qualsivoglia impresa. "Vivo grazie alle royalty del mio primo romanzo, che ha venduto diecimila copie negli Stati Uniti e venticinquemila nel Regno Unito, e grazie all'anticipo sui diritti cinematografici" risposi, non per vantarmi ma per fare una semplice constatazione. Lo vidi strabuzzare gli occhi per lo stupore: non pensava che qualcuno potesse mantenersi scrivendo, soprattutto in Africa.
Divenne ancora pi attento quando gli raccontai che la casa editrice a cui avevo mandato Il destino del leone mi aveva chiesto altri lavori.
"Be', se pu farlo un idiota come te, allora posso farlo anch'io" replic. Il suo linguaggio fu leggermente pi forbito. Quello che disse in realt fu: "Ges, se uno stronzo come te riesce a pubblicare un libro immagina cosa potrei fare io".
"Be', Gordon Davis" ribattei, "invece di parlarne vai a farlo." E bisogna riconoscergli che lo fece davvero, scrivendo quello che sarebbe diventato Hold My Hand I'm Dying, un romanzo di enorme successo basato sulla sua attivit come native commissioner vicino a Kariba e poi pubblico ministero durante i tumulti in Rhodesia, quando il primo ministro Ian Smith e il suo governo del Rhodesian Front decisero di proclamare l'indipendenza unilaterale dalla Gran Bretagna. Gordon Davis avrebbe poi lasciato la Rhodesia per diventare pubblico ministero della Corona a Hong Kong, sempre continuando a scrivere, finch and in pensione e si trasfer in Andalusia, dove tenne apprezzatissimi corsi di scrittura per aspiranti scrittori e per autori pubblicati. Sfortunatamente  morto nel 2014.
Tornando al mio ufficio da scrittore, le magnifiche montagne Inyanga si trovano sul confine orientale di quella che all'epoca era la Rhodesia, e formano una barriera naturale di ripide pareti rocciose, burroni inghirlandati da volute di foschia e fitte foreste, con l'Africa Orientale portoghese sull'altro lato. L, circondato da mimosa nera e pini, ascoltando le urla e gli strilli dei cercopitechi fuori nella foresta, vivevo e lavoravo nel camper, e ben presto scrissi il mio secondo romanzo, L'ombra del sole. Aveva come protagonista Bruce Curry, un avvocato rhodesiano trentenne diventato mercenario che cerca la redenzione nel bagno di sangue della provincia congolese di Katanga, ricca di diamanti, mentre la guerra civile infuria tutt'intorno a lui. La solitudine delle Inyanga rappresentava lo sfondo ideale per perdermi in quei panorami immaginari, per immedesimarmi nei personaggi sulla pagina. Poco dopo cominciai a scrivere il terzo romanzo, La voce del tuono, in cui tornavo al mondo dei Courtney e in cui Sean e il fratello Garrick riprendono la loro lotta fratricida, stavolta nel teatro della Seconda guerra boera all'inizio del XX secolo. Tocc poi a Ci rivedremo all'inferno, la storia di due avventurieri che si guadagnano da vivere cacciando nell'Africa Orientale tedesca e dell'implacabile commissario imperiale tedesco nelle cui terre si dedicano al bracconaggio. Erano romanzi ambientati sotto lo sconfinato cielo africano ma per la mia storia seguente avevo in programma qualcosa di leggermente diverso. Avrei condotto i lettori in una parte dell'Africa che ben pochi di loro dovevano avere mai visto: il mondo sotterraneo.
Avevo trascorso i miei primi anni di vita intorno alle miniere del Copperbelt, in un luogo molto simile alle miniere d'oro presso cui mi trovavo in quel momento. Ai tempi avevo passato le giornate seguendo mio padre mentre schierava i suoi uomini e inseriva tubi di aerazione nel terreno, ma attualmente ero nel Witwatersrand, ospite della Western Deep Levels Gold Mine Company. Essere un romanziere di successo mi stava aprendo porte rimaste fino ad allora chiuse, consentendomi di arrivare pi vicino al materiale che rappresentava la mia fonte.
Avevo scritto per la prima volta della corsa all'oro in Sudafrica ne Il destino del leone, dove Sean Courtney e il suo socio, Duff Charleywood, si uniscono alla corsa frenetica per sfruttare i giacimenti auriferi del Witwatersrand. L'oro era stato scoperto in quell'ampia scarpata nel 1886 e l'improvviso afflusso di avventurieri giunti da ogni parte del mondo aveva fatto sorgere il polveroso villaggio minerario di Ferreira's Camp, che poi era cresciuto fino a raggiungere la citt di Johannesburg. Ormai la corsa all'oro era finita da quasi un secolo, ma c'era ancora del minerale nelle colline della zona e coloro che stavano entrando nel cunicolo di fronte a me si trovavano l per estrarlo. Il mio nuovo romanzo, Una vena d'odio, avrebbe parlato di uomini proprio come quelli e se dovevo entrare nella loro testa dovevo conoscere il funzionamento di quelle miniere a fondo come un qualsiasi minatore. Avevo bisogno di vivere secondo i loro ritmi, impararne il modo di parlare e gli atteggiamenti, apprendere i minuscoli dettagli che solo un consumato minatore poteva conoscere. La Western Deep Levels Gold Mine Company mi aveva concesso di unirmi ai suoi dipendenti per un periodo prolungato, cos entrai nell'elevatore a benna che mi avrebbe portato nei livelli pi bassi della miniera e mi preparai a scendere.
In superficie la miniera costituiva un mondo a s stante: una cittadina cintata che ospitava migliaia di lavoratori mentre molti altri vivevano nei paesini esterni sempre gestiti dalla miniera. Spesso i minatori sposati abitavano con le rispettive famiglie in quei villaggi, ma nemmeno loro potevano sfuggire al controllo dell'onnipotente societ mineraria. Quelli non sposati condividevano alloggi pi vicini e io, nelle pause fra le varie campagne promozionali per Ci rivedremo all'inferno, abitavo l. Erano edifici piuttosto rudimentali ma di gran lunga migliori delle baracche tradizionali in cui erano cresciuti quasi tutti i minatori. In quell'epoca di apartheid i lavoratori di colore avevano abitazioni distinte da quelle dei bianchi, per ci non intaccava lo spirito comunitario che regnava nel complesso edilizio. Mi trovavo l gi da parecchi giorni e progettavo di fermarmi per due interi mesi. La sera, terminato il lavoro, gli uomini si riunivano per giocare a carte, fare sport e, negli alloggi degli scapoli, bere. Io mi sedevo fra loro, ascoltandone i discorsi.
Il pozzo numero 3 della Western Deep penetrava per pi di un chilometro e mezzo nel terreno. Mentre andavamo gi sferragliando, l'aria intorno a noi che sembrava addensarsi con l'aumentare della pressione, mi torn in mente la prima volta in cui ero sceso sotto terra. La sgradevole sensazione alla bocca dello stomaco mi era spaventosamente familiare sin dai tempi in cui avevo accompagnato mio padre gi per un pozzo minerario molto simile a quello e sin dalle lunghe e noiose ore che passai a tallonarlo mentre effettuava i suoi giri. Quei reticoli di tunnel, solcati da puntelli in legno e pervasi dal calore soffocante che i minatori dovevano sopportare, non erano certo un luogo adatto a un bambino; eppure in seguito, quando ci eravamo trasferiti nella tenuta di pap e la prospettiva di ci che si trovava sotto terra non sembrava pi cos tediosa, mi ero unito a un club di speleologia e avevo partecipato a spedizioni con alcuni compagni di scuola esplorando fenditure e cunicoli naturali nella roccia. Era stato durante una di quelle prime escursioni che davanti agli occhi mi si era profilato il fascino degli abissi della terra.
Arrivammo finalmente in fondo al pozzo minerario. I cancelli dell'elevatore tintinnarono e si aprirono. I minatori stipati l insieme a me si infilarono a fatica in uno stretto tunnel e, uno dopo l'altro, scomparvero nell'oscurit, le luci sui loro elmetti che si riducevano a puntini luminosi. Era tutto misterioso e strano, un mondo irreale fatto di buio, ombre e inattesa illuminazione acre. Dopo che furono scomparsi, nella grotta rimasero solo due figure: il sottoscritto e il sovrintendente della miniera incaricato di mostrarmi le gallerie.
George Orwell scrisse delle miniere di carbone inglesi ne La strada di Wigan Pier e le sue parole mi risuonano ancora nelle orecchie: La miniera  un autentico inferno, o ad ogni modo corrisponde alla mia immagine mentale dell'inferno. Sono presenti quasi tutte le cose che uno s'immagina siano all'inferno: calore, frastuono, confusione, tenebra, aria fetida e, soprattutto, spazio intollerabilmente angusto.
"Mi resti vicino" disse il sovrintendente. "Qui sotto ci sono ottocento chilometri di gallerie. Alcuni di quei ragazzi dovranno percorrerne pi di tre prima di cominciare a lavorare."
Iniziammo il nostro tour della miniera. C'era un caldo terribile e le pareti stesse sembravano sudare come fossero anch'esse impegnate nella fatica dell'estrazione. L'acqua veniva spruzzata generosamente ovunque, non solo per il suo effetto rinfrescante ma anche per eliminare le nubi di polvere che aleggiavano nei cunicoli, polvere che rischiava di rivelarsi cancerogena per i minatori che trascorrevano lunghe giornate a respirarla. L'aria risultava umida e pesante, ma era una cosa a cui erano abituati. Venendo dal bush, all'inizio molti dei lavoratori non addestrati dovevano trascorrere lunghi periodi nel bagno turco del compound per abituare il proprio corpo alle condizioni che regnavano sotto terra. La pressione della roccia sopra le nostre teste poteva equivalere a pi di cinquemila chili per centimetro quadrato, e il rischio di un crollo era qualcosa con cui quegli uomini convivevano quotidianamente.
La miniera d'oro somigliava a un favo, con le celle e le gallerie che si allungavano in tutte le direzioni. Ci incamminammo seguendo il tragitto contrassegnato da cartelli lungo il quale il minerale grezzo veniva portato in superficie. Di tanto in tanto nelle gallerie echeggiava il boato delle esplosioni che avvenivano nei recessi ancora pi profondi della montagna in cui veniva sistemata e fatta brillare la dinamite, tutto parte dell'incessante tentativo di espansione della miniera che intorno a noi sembrava viva, organica, alla perenne ricerca di luoghi in cui insinuarsi, sempre pi ampia grazie a nuovi pozzi e gallerie. Non appena una miniera come quella si fermava era costretta a scendere ancora pi in profondit e a diventare pi vasta e ricca, se voleva continuare a esistere. Era una belva affamata dall'appetito insaziabile, molto simile al mercato dell'oro che stava rifornendo. Oggigiorno la Western Deep Levels sta lavorando il terreno a pi di quattro chilometri sotto la superficie, in uno dei complessi pi profondi del mondo. Nei prossimi anni scender sempre pi gi.
La maggior parte degli uomini impegnati in quei cunicoli erano lavoratori di colore provenienti dalle campagne sudafricane. Anche se ben presto le tensioni razziali del Sudafrica sarebbero esplose con fuoco e sangue nel mondo soprastante, in quelle gallerie sembrava non esservi alcuna ostilit fra neri e bianchi. Un minatore era un minatore, il che metteva in secondo piano le divisioni etniche. I lavoratori che incontrammo venivano da una miriade di luoghi diversi: erano zulu e matebele, sotho e shona, portoghesi, polacchi ed europei giunti da stati ancora pi lontani. Spesso i sovrintendenti erano i minatori bianchi istruiti, e gli uomini sembravano gravitare gli uni verso gli altri in base alla trib di appartenenza, cos che squadre di uomini matebele lavoravano sul fronte mentre una coorte di ragazzi zulu trasportava il minerale grezzo.
Dopo aver arrancato lungo interminabili cunicoli angusti e claustrofobici, il sovrintendente e io raggiungemmo il fronte, dove si stavano scavando altre gallerie nella roccia compatta. Era un lavoro estremamente pericoloso. Data la mancanza di ossigeno naturale lo si pompava fin laggi attraverso tubi di aerazione come quelli costruiti da mio padre per accumulare il suo patrimonio, e l'aria risultava densa e pesante intorno a noi. Le lampadine appese alle travi del soffitto emettevano una luce guizzante e lampeggiante, talvolta andando in corto circuito e facendo piombare il mondo in un'oscurit pi totale di qualsiasi altra io avessi mai sperimentato in superficie. Gi in quegli abissi l'acqua che filtrava attraverso la roccia era color rame e velenosa, contaminata da arsenico proveniente dai minerali nel terreno. E il perenne timore di un crollo della galleria era appostato dietro ogni angolo.
I lavoratori sembravano non curarsi dei rischi quotidiani. Le miniere attiravano una stirpe coriacea di uomini competenti e stoici, rafforzati dal salario relativamente cospicuo. La corsa all'oro vera e propria poteva anche essere finita ormai da generazioni, le terre attualmente monopolizzate e controllate da compagnie quali la Western Deep Levels, ma i premi per i minatori compensavano le privazioni in un mondo estenuante.
Le nuove reclute venivano assunte dal Teba, l'Ufficio per il collocamento africano, e dalla Wenela, l'Associazione per il lavoro indigeno del Witwatersrand. Quegli uomini arrivavano dal profondo bush e, una volta convinti a firmare il contratto, venivano portati sul posto con dei camion; giunti nel compound della miniera venivano esaminati da sovrintendenti esperti che ne valutavano le diverse competenze prima di assegnarli alle squadre pi adatte. Quando arrivavano erano spesso denutriti e deboli, e quasi tutti necessitavano di addestramento prima di poter scendere sotto terra. Oltre a essere mandati ripetutamente nel bagno turco dovevano seguire un regime alimentare sano e nutriente, ricco di farina di mais e carne, assai diverso da quello a cui erano abituati. Alcuni medici li controllavano mentre si allenavano sul tapis roulant e facevano ginnastica in gruppo fino a raggiungere una buona forma fisica ed essere quindi pronti per la miniera.
Per la prima volta nella loro vita venivano istruiti. Alcuni dei sovrintendenti minerari lo consideravano un processo di civilizzazione, un'occasione per aiutare uomini sempre vissuti nel bush a dimostrarsi all'altezza delle richieste del mondo moderno. Imparavano a usare attrezzi e macchinari minerari, e apprendevano anche nuove lingue. Il fanakalo era un'affascinante lingua franca che sentivo echeggiare in tutta la miniera, un idioma pidgin che conoscevo sin da quando vivevo nel ranch di mio padre, che lo usava per comunicare con i braccianti. Oggigiorno va di moda bollarlo come razzista e coloniale, ma lo si utilizza tuttora nelle miniere sudafricane perch quanti lo usano gli affidano la loro vita. Gli uomini provenivano tutti dall'Africa subsahariana - dagli odierni Malawi,
Mozambico, Zambia, Namibia e Lesotho, per non parlare del Capo Orientale e del resto dell'entroterra sudafricano - ma prima della fine della fase di inserimento erano in grado di comunicare e lavorare insieme usando una lingua comune in un ambiente angusto, altamente specializzato e pericoloso.
Quasi tutti rimanevano per due o tre anni prima di tornare nei rispettivi villaggi con un capitale sufficiente per trovarsi una moglie, comprare quindici capi di bestiame e diventare membri importanti della loro comunit. Tornavano come uomini di mondo istruiti, dopo aver appreso competenze che andavano dal far funzionare macchinari al prendere treni e dopo essere entrati in contatto con popolazioni diverse giunte da tutta l'Africa e dal mondo intero. Le lezioni che portavano con s avrebbero contribuito al benessere delle rispettive comunit native.
Una vena d'odio era un thriller, e il sovrintendente della miniera che mi stava guidando in quel mondo sotterraneo sarebbe diventato il modello per Rodney Ironsides, il dirigente minerario trentottenne, divorziato e disperatamente ansioso di ottenere il successo che aveva fatto strada grazie alla sua innata abilit e alla sua etica del lavoro. Al pari dell'uomo che mi stava permettendo di modellare un personaggio su di lui, Ironsides aveva raggiunto i vertici della professione ma non poteva salire oltre perch non era laureato, e il sacro Graal di dirigere una miniera tutta sua era al di fuori della sua portata. Presto gli avrebbero offerto una chance, ma la cosa lo avrebbe condotto al crimine. Si sarebbe innamorato della giovane moglie del direttore esecutivo mentre riusciva a non soccombere allo stress di controllare decine di migliaia di dipendenti. Una vena d'odio sarebbe stato un romanzo scarno e claustrofobico, l'unico da me scritto in cui la vicenda si svolga in una sola localit, ossia nelle anguste gallerie della miniera. Per raffigurare quel mondo con sufficiente realismo sarei rimasto l altri due mesi, percorrendo i cunicoli sotterranei anche per otto ore al giorno, facendo ogni sforzo possibile per riuscire a presentare in modo veritiero determinati dettagli e rispecchiare gli atteggiamenti prevalenti nella miniera. Portavo un elmetto metallico e una tuta da lavoro e me ne andavo in giro con aria zelante, ma dubito che qualcuno abbia mai saputo chi ero. La sera restavo negli alloggi per i minatori non sposati, bevendo e facendo baldoria con loro, ascoltandone le storie e leggendo voracemente qualsiasi testo sulle miniere d'oro su cui riuscissi a mettere le mani.
Le lezioni imparate mentre scrivevo Una vena d'odio sarebbero rimaste con me durante la stesura di tutti i romanzi del decennio successivo. Avevo ben presto capito che se le mie opere volevano avere successo, dovevano affondare le radici in sudate esperienze personali, com'era stato sia per On Flinders' Face sia per Il destino del leone, ma Una vena d'odio mi insegn che potevo uscire nel mondo a fare nuove esperienze su cui basare dei romanzi, che le ricerche non andavano effettuate su un'enciclopedia o in una biblioteca. In seguito, nel 1970, quando cominciai a scrivere Cacciatori di diamanti, presi altrettanto seriamente le mie ricerche. Crescere nell'Africa Meridionale aveva suscitato in me una forte fascinazione per i metalli e le pietre preziose e per le complesse storie evocate dalla nostra ossessione nei loro confronti. L'attrazione che provavo per l'oro era gi stata esplorata in Una vena d'odio e a quel punto spostai la mia attenzione sull'altra risorsa scintillante dell'Africa: i diamanti. Cacciatori di diamanti avrebbe richiesto pi di diciotto mesi di lavorazione, uno dei periodi pi lunghi che abbia mai dedicato a un unico progetto. Nell'ambito delle mie ricerche mi recai a Luderitz, nell'attuale Namibia che al tempo era l'Africa Sudoccidentale, e salii sulle chiatte minerarie che stavano estraendo diamanti al largo della costa. Passai parecchio tempo a parlare con gli uomini e allo scopo di assimilare l'atmosfera mi avventurai, a bordo di una Land Rover, nel deserto circostante, ricco di diamanti. Camminai sulle spiagge per osservare i minatori l impegnati nell'estrazione e venni autorizzato a toccare e tastare le pietre.  sempre molto eccitante tenere un diamante nel palmo della mano e pensare che  stato prodotto dalle incredibili temperature e pressioni tipiche delle profondit comprese fra i centoquaranta e i centonovanta chilometri sotto la crosta terrestre e in un periodo di tempo compreso fra 1 e 3,3 miliardi di anni fa. I diamanti vengono portati vicino alla superficie terrestre in una vampata di gloria quando i vulcani eruttano e il magma in cui sono racchiusi si raffredda formando rocce ignee quali la kimberlite, che prende il nome dalla cittadina sudafricana di Kimberley, dove nel 1869 venne trovata la Star of South Africa, una pietra di 83,5 carati che ispir la corsa ai diamanti e la creazione dell'enorme miniera a cielo aperto detta Big Hole, dove cinquantamila minatori scavarono a mani nude, usando picconi e pale. La Star of South Africa venne trovata sulle rive dell'Orange da un giovane pastore griqua che la vendette a un vicino agricoltore in cambio di cinquecento pecore, dieci buoi e un cavallo.
Non dimenticher mai l'eccitazione della volta in cui i minatori portarono in superficie un contenitore con circa mezzo chilo di diamanti recuperati permettendomi di far correre le dita fra di essi o l'incredibile momento in cui veniva trovato un diamante wild. Quelli recuperati sono piccoli diamanti estratti dalla roccia incassante, la kimberlite, che viene frantumata, mescolata con acqua per creare una poltiglia spesso nota come polpa e poi sottoposta a forze centrifughe che fanno s che i diamanti, pi pesanti, si depositino sul fondo del miscuglio. Un diamante wild  una scoperta rara, un'unica grande gemma che scintilla al sole, suscitando enormi festeggiamenti. Abbinando i dettagli da me raccolti durante quelle spedizioni alle ricerche fatte sui libri creai un quadro del pi ampio mercato dei diamanti, dei cartelli coinvolti e dell'etica del commercio di quelli che alla fine sarebbero diventati noti come diamanti insanguinati o talvolta definiti conflict diamonds, ossia pietre grezze utilizzate dai ribelli per finanziare l'azione militare contro i governi legittimi.
Sia Cacciatori di diamanti sia Una vena d'odio avrebbero poi avuto una seconda vita sul grande schermo, ma prima Una vena d'odio si merit un altro onore, pi inconsueto: fu il mio primo romanzo a non cadere vittima della censura sudafricana. Finch questa mia quinta opera non venne pubblicata, nessun mio libro era stato subito disponibile nel paese che avevo chiamato patria per cos tanto tempo. I miei romanzi erano stati considerati troppo sovversivi per poter essere apprezzati senza rischi da quello che il comitato per la censura giudicava un pubblico di lettori sudafricani puritani e permalosi, quindi erano stati messi all'indice.
...
.
...
CAPITOLO 7. LA LEGGE  UN SOMARO.
...
.
...
Nel settembre del 1964 mi ero gi sposato per la seconda volta e stavo vivendo la tipica esistenza da scrittore a Onrus, nel Capo Occidentale.
Il destino del leone era stato pubblicato dieci mesi prima negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, ma doveva ancora uscire in Sudafrica.
Nell'aprile del 1964 ero andato a Johannesburg per lanciarlo. Ero felicissimo del suo successo. Le librerie statunitensi ne avevano ordinate altre millecinquecento copie, la Heinemann inglese ne aveva vendute altre ventimila in giro per il mondo, avevo appena firmato i diritti per la traduzione in nove paesi diversi, BBC ne stava ricavando una serie e il Reader's Digest stava preparando l'edizione condensata, ma il Publications Control Board del Sudafrica lo viet, anche se non prima che se ne vendessero in fretta diecimila copie.
Apparentemente il problema riguardava un migliaio di parole su un totale di centosessantamila. Gli stessi librai erano sconcertati e persino il recensore dello Star, il quotidiano sudafricano, sottolineava: C' una scena di sesso di scarso rilievo poco dopo l'inizio e nemmeno quella, nella letteratura moderna, pu essere definita offensiva se non da un puritano.
Il comitato aveva gusti prettamente cattolici, quindi Il destino del leone era in buona compagnia: nello stesso periodo la censura mise all'indice tutte le edizioni di Fanny Hill. Memorie di una donna di piacere, tutti i futuri numeri di Playboy, The Rise of the South African Reich di Brian Bunting e Volume 2 di Patrick Duncan.
Brian Bunting era comunista da sempre. Ex giornalista del Rand Daily Mail e del Sunday Times, diresse non meno di sei quotidiani politici in Sudafrica, tutti in seguito vietati, prima di andare in esilio in Inghilterra e diventare corrispondente per la Tass, l'agenzia di stampa sovietica. Patrick Duncan era il figlio di un ex governatore generale del Sudafrica, un ex organizzatore nazionale del partito liberale di l a breve messo al bando e il primo membro bianco del Pan Africanist Congress (PAC), partito politico sudafricano che si batteva contro l'apartheid. Fanny Hill  un romanzo erotico dello scrittore inglese John Cleland pubblicato a Londra nel 1784 e da molti considerato il primo del suo genere, mentre Playboy era paradossalmente applaudito non per i suoi nudi ma per la qualit del suo giornalismo.
Era per un atteggiamento tipico del Sudafrica dell'epoca, dove un governo guidato dal partito nazionale aveva superato la tempesta legata al boicottaggio organizzato dal PAC delle pass laws - norme che imponevano una sorta di passaporto interno volto a controllare il movimento degli africani sotto l'apartheid - boicottaggio che era sfociato nel massacro di Sharpeville del 1960, quando la polizia aveva aperto il fuoco sui dimostranti durante una pacifica campagna antipassaporto. Il governo aveva poi cominciato a dare un giro di vite all'African National Congress, il partito politico anti-apartheid, e al PAC con ogni strumento a sua disposizione, legale e non. Nel giugno del 1964 Nelson Mandela, leader del nuovo esercito di liberazione Umkhonto we Sizwe o Lancia della Nazione, l'ala militare dell'ANC, aveva gi iniziato a scontare quelli che sarebbero stati ventisei anni di reclusione sulla famigerata Robben Island, diventando poi il prigioniero politico pi famoso del mondo.
La Heinemann ricorse in appello presso la divisione della corte suprema sudafricana a Citt del Capo. Era un caso giudiziario che poteva fungere da precedente, il primo del suo genere a esaminare quali argomenti potessero considerarsi indecenti, sgradevoli od osceni.
Nei documenti presentati alla corte il Publications Board sostenne che Il destino del leone aveva la tendenza a pervertire o corrompere la mente delle persone che potrebbero venire esposte all'effetto o influenza del suddetto.  offensivo e nocivo per la morale pubblica. Risulter probabilmente oltraggioso o repellente per quanti potrebbero leggerlo. Tratta in maniera impropria promiscuit, scene d'amore passionale, lussuria, rapporti sessuali, linguaggio osceno, linguaggio blasfemo, sadismo e crudelt.
Il caso dovette essere dibattuto due volte: al primo tentativo i due giudicanti, il giudice Van Zijl e il giudice Diemont, non riuscirono a raggiungere un accordo, quindi l'intero processo dovette essere rifatto in presenza del presidente della divisione, il giudice Beyers. Dopo la seconda udienza il verdetto ci fu favorevole per due voti contro uno, con Diemont ancora contrario.
Vi furono alcuni momenti di leggerezza e umorismo, come sempre succede nei casi giudiziari ad alta tensione. L'avvocato della Corona G. Duncan, che parlava a nome del comitato della censura, dovette vedersela con il giudice Beyers, che lo torchi sulla questione della morale. "I tempi cambiano" gli spieg. "C'era un tempo in cui le gambe dei tavoli venivano coperte con dei drappi perch facevano venire alle persone idee di ogni genere. Io abito a Clifton [una nota spiaggia di Citt del Capo] e vedo ben pi che gambe di tavoli." Al che Duncan replic che quelli erano due punti di vista estremi, uno che sosteneva la necessit di nascondere le gambe dei tavoli e quello opposto che consentiva il nudo integrale. Il giudice ribatt: "Per me  molto difficile, sono di Bachelor's Cove. Capisce cosa intendo? Tutto dipende dal giudice che ti assegnano". Duncan ipotizz diplomaticamente che forse la soluzione migliore era imboccare una via di mezzo e obiett alle dichiarazioni secondo cui un trattamento schietto del sesso era consueto nella societ contemporanea, al che Beyers si rivolse ai colleghi. "Non capisco perch lui dica contemporanea" afferm. "Non se ne parla forse sin da quando  nata la letteratura?"
Pronunciando il verdetto a maggioranza il giudice Van Zijl sottoline che non si poteva estrapolare un certo brano da un libro per poi conferirgli un peso supplementare solo perch faceva comodo al querelante: "L'impatto sulle persone della parte in questione - il suo effetto o influenza - deve dipendere largamente dall'impatto del tutto, dal rapporto della parte con il tutto e dal suo rapporto con le altre parti che costituiscono il tutto.  il peso di tale impatto su certe questioni specifiche a determinare l'opportunit o meno di dichiarare il libro una pubblicazione indesiderabile".
Dopo avermi indirizzato una frecciatina per la "scarsa qualit letteraria" de Il destino del leone e "l'inverosimiglianza di attribuire ai due ragazzini il sofisticato passaggio amoroso di cui sono protagonisti nelle pagine 71 e 72", il giudice Van Zijl afferm che non li riteneva motivi sufficienti perch il comitato o la corte considerassero il libro indesiderabile.
"Il primo brano narra l'episodio in cui Anna, una ragazza sui diciassette anni, seduce il protagonista del libro, Sean, all'incirca suo coetaneo. Si racconta di come Anna imponga la propria presenza a Sean che sta andando a pescare e, una volta giunta a destinazione, cominci ad annoiarsi, si tuffi nuda nello stagno e convinca Sean a raggiungerla e poi, dopo un breve incontro fisico nell'acqua, torni sulla riva, dopo di che restano seduti nudi l'uno accanto all'altra e Anna gli propone di avere un rapporto sessuale con lei."
In seguito i due ragazzi parlano di quanto  appena successo e Sean, tornato a casa, si confida con il fratello Garrick. Il giudice Van Zijl riteneva che nulla in quelle quattro pagine sembrasse incline a corrompere o traviare la mente di quanti avrebbero potuto leggerle. Non c'era niente, sostenne, che l'adolescente medio non potesse aver pensato da solo. Il brano, a suo parere, era stato scritto con misura e non si poteva affermare che sostenesse l'immoralit.
Il secondo brano occupava una pagina e mezzo, ma il passaggio che aveva infastidito il comitato non raggiungeva le dieci righe e, sottoline Van Zijl, descriveva un comportamento sessuale che con ogni probabilit deviava dalla norma; tuttavia le conoscenze da esso impartite si potevano trovare in qualsiasi opera sul sesso o sul comportamento sessuale e lui non riusciva a scorgere alcun motivo per cui si potesse affermare che il passaggio rischiava di "corrompere o traviare la mente di un adulto".
Avevamo vinto, ma era una vittoria di Pirro perch il giudice Van Zijl concesse al comitato il diritto di appellarsi alla corte suprema dell'epoca, ossia l'Appellate Division di Bloemfontein, e proib la vendita di qualsiasi copia de Il destino del leone fino ad allora. Per me fu un duplice colpo perch, non volendo gravare la mia casa editrice con la causa legale, l'avevo finanziata di tasca mia. Charles Pick disse che la Heinemann era disposta a pagare il conto, ma fui irremovibile: era un piccolo prezzo per rafforzare il profondo rispetto reciproco che gi univa Charles e me.
Anche il mio secondo romanzo, L'ombra del sole, pubblicato nel gennaio del 1965, venne messo al bando. E un anno dopo il comitato viet The Train from Katanga, la sua versione americana. Ma la buona notizia era che la Metro Goldwyn Mayer aveva gi versato 26.250 sterline per acquistare i diritti cinematografici quando il libro venne pubblicato in Inghilterra. Ironia della sorte, non venne messo all'indice in Rhodesia, dove evidentemente non aveva offeso nessuno.
L'Appellate Division annunci la sua decisione su Il destino del leone il 26 agosto 1965. I pi alti giudici del paese non si dimostrarono ottimisti come i colleghi di Citt del Capo e ad ascoltare l'appello furono in cinque, capeggiati dal giudice L.C. Steyn.
Quest'ultimo critic il mio stile di scrittura. Il destino del leone, dichiar, non era "una pubblicazione destinata a una qualsiasi cerchia selezionata di maturi esperti letterari". Aggiunse in tono sferzante: "Anche tenendo conto delle tendenze della nostra epoca, ci sono brani che a mio parere mirano a suscitare pensieri lussuriosi e a stimolare il desiderio sessuale in almeno un cospicuo numero di persone: uomini e donne normali, dalla mente e dalle reazioni normali, compresi alcuni esponenti della generazione pi giovane, che saranno i probabili lettori di questo libro.
"Per quanto sofisticherie alla moda possano celare la semplice verit, resta il fatto che l'impulso sessuale  di gran lunga troppo potente perch l'esposizione ai pi indiretti stimolanti quotidiani della nostra epoca possa smorzarlo e attenuarlo, a tal punto che non esista pi un cospicuo numero di uomini e donne comuni in grado di essere stimolati da simili descrizioni di questioni cos direttamente, strettamente e intimamente legate alla vera e propria consumazione".
Due dei giudici, F. Rumpff e A. Faure Williamson, dissentirono. Nel suo verdetto contrario il dotto giudice Rumpff riusc a garantire una piccola vittoria al buon senso. Dal suo punto di vista non si poteva affermare che il libro nel complesso avesse la tendenza a corrompere o traviare. In realt, dichiar, se il lettore medio moderno con una mente sana voleva leggere di sesso in una maniera che lasciava poco spazio all'immaginazione, non spettava certo alla corte sostenere che non doveva farlo.
Il verdetto era stato politico. Charles non aveva avuto alcun dubbio sull'esito finale ancor prima che la corte si riunisse, come scrisse nelle sue memorie inedite.
Dei cinque giudici, due si sono pronunciati in nostro favore mentre gli altri tre hanno chiesto una sospensione. Un ex giudice sudafricano che vive in Inghilterra mi ha detto che questa sarebbe stata una decisione politica e c'erano ben poche probabilit che i tre giudici deliberassero a nostro favore.
Incontrai casualmente l'ambasciatore sudafricano a un cocktail party privato a Londra e non seppi resistere alla tentazione di menzionargli la cosa. Mi trovai subito di fronte un muro di mattoni. Lui parl a lungo del fatto che non permetteva alla figlia di camminare per le strade di Londra perch le librerie erano piene di sudiciume e pornografia e sottoline che i sudafricani avevano avuto l'idea giusta, mettendo al bando alcuni libri. Lasciai quella festa sentendomi profondamente scoraggiato.
Come previsto, i tre giudici votarono contro di noi e per dieci anni non venne presentato nessun appello contro questo verdetto.
A quel punto il comitato per la censura si era rilassato a tal punto che il libro venne ammesso. Dopo tanti anni il numero di copie de Il destino del leone presenti in Sudafrica era considerevole, perch chiunque viaggiasse tornava in patria con una o pi copie. Questo dimostra la follia della censura: non appena attiri l'attenzione su qualcosa, giusto o sbagliato che sia, non fai che accrescerne la popolarit, e la gente  pronta a muovere mari e monti pur di procurarsi delle copie.
Charles aveva ragione. Poco pi tardi ebbi la mia epifania personale. Andai su tutte le furie quando lessi una recensione del romanzo sul Los Angeles Times. Occupava due intere pagine ed era davvero crudele, con frasi quali: Questo tizio andrebbe rinchiuso per impedirgli di scrivere di tutte queste stronzate razziste.
All'epoca avevo appena fatto amicizia con Stuart Cloete, il vendutissimo romanziere sudafricano dell'epoca, che viveva a Hermanus, un paesino sul mare a sud-est di Citt del Capo. Abitava poco pi gi lungo la strada rispetto a me, amava i piccanti piatti al curry, cucinati spesso da sua moglie Tiny, e mi invitava a mangiare con lui.
Il suo primo romanzo, Turning Wheels, che parla della Grande Marcia e fu pubblicato nel 1937 - un anno dopo le celebrazioni per il centenario della migrazione verso l'entroterra intrapresa dagli afrikaner che, per sottrarsi al dominio coloniale britannico, avevano lasciato le loro fattorie nella colonia del Capo viaggiando su carri trainati da buoi - vendette pi di due milioni di copie e fu anch'esso vietato. Stuart nacque a Parigi da padre afrikaner e madre francese, frequent una scuola privata britannica, divenne sottotenente a diciassette anni durante la Prima guerra mondiale e poi torn in veste di giovanissimo marito a coltivare la terra in Sudafrica. Divorzi, trov il grande amore della sua vita e cominci a scrivere. Fra il 1937 e il 1976, anno in cui mor settantottenne, avrebbe scritto quattordici romanzi, diverse raccolte di racconti, tre biografie e persino delle poesie. Mi piaceva molto ed era un gentiluomo adorabile, ma la cosa non si fermava l. Quando firmai il contratto con la Heinemann per Il destino del leone il loro rappresentante a Johannesburg mi descrisse ai giornalisti come lo Stuart Cloete della Rhodesia.
Andai a casa sua brandendo la recensione ingiuriosa e dissi: "Guarda cosa mi hanno fatto!". E Stuart comment: "Magnifico, Wilbur,  una delle migliori recensioni per un romanziere alle prime armi che io abbia mai visto". Sconcertato, replicai: "Ma non l'hai letta". E lui spieg: "Wilbur, non si legge questa roba, la si soppesa. Se sei abbastanza importante perch la gente abbia voglia di scrivere due intere pagine sul tuo romanzo su un quotidiano venduto come quello, allora ne vale la pena".
Stuart fu, come Charles Pick, uno dei miei primi mentori. La sua saggezza semplice e senza pretese divenne per me un'enorme fonte di ispirazione. Sia a lui sia a me tocc il dubbio onore di essere autori messi all'indice in Sudafrica, il che rifletteva l'incertezza dell'epoca e come il progresso sia invariabilmente una cosa assai sfaccettata. I romanzi di Stuart rimasero vietati fino al 1974 mentre il mio primo libro capace di soddisfare l'occhio acuto dei censori fu Una vena d'odio, nel 1970.
I tribunali tolsero infine il bando in Sudafrica a Il destino del leone undici anni dopo la sua pubblicazione, facendo la stessa cosa, dieci mesi pi tardi, anche con il mio secondo romanzo, L'ombra del sole, ma quella non fu l'ultima volta in cui i miei libri vennero proibiti in Sudafrica o altrove.
Nel 1977 pubblicai Gli eredi dell'Eden, ultimo capitolo della trilogia iniziata con Il destino del leone. Aveva come protagonista Sean Courtney, che torna con il grado di generale dalla Prima guerra mondiale per costruire il suo paese, sedare la rivolta del Rand del 1922 e poi morire a causa della perfidia del crudele figlio Dirk. Con una perfetta simmetria, il Directorate of Publications, successore del Publications Board, lo mise subito al bando in quanto indecente e osceno.
Il direttore esecutivo della Heinemann Sudafrica, Andrew Stewart, si batt in mia difesa, spiegando al comitato d'appello del direttorio che non c'erano molte probabilit che una persona comprasse un libro di seicentocinquanta pagine solo per leggerne tre di sesso. Spieg che le scene di sesso non erano pi esplicite di quelle in qualsiasi altro mio libro precedente, per le quali non c'erano state lagnanze. Gli eredi dell'Eden era il mio undicesimo romanzo.
"La gente lo acquister perch  un libro d'avventura e perch Wilbur Smith  un noto romanziere. Non lo comprer per le scene di sesso" afferm.
In maniera alquanto bizzarra il direttorio chiese ai suoi legali di ricorrere in appello contro la decisione del suo stesso comitato, cosa che avveniva solo per la terza volta nella storia. Quintus Pelser, che lo rappresentava, disse alla corte che il libro vantava notevoli meriti letterari e che le scene di sesso erano funzionali.
"Sono parte integrante della trama e aiutano il lettore a comprendere meglio i personaggi. Il libro non avrebbe lo stesso impatto se le scene di sesso venissero eliminate" spieg.
La corte d'appello si riserv di decidere nella stessa settimana in cui Gli eredi dell'Eden e Dove finisce l'arcobaleno, il mio romanzo pubblicato l'anno precedente, ottennero un duplice successo davvero unico: arrivare in cima alla classifica dei bestseller inglese, rispettivamente nella categoria dei volumi rilegati e dei tascabili. Ormai ricevevo sacchi di posta da parte di fan in tutto il mondo, soprattutto dall'America dopo la svolta di Un'aquila nel cielo (1974), che mi ringraziavano di scrivere del Sudafrica, chiarendo la complessa e tumultuosa storia del paese, mettendone in luce i problemi e parlando della nazione in maniera interessante e accessibile.
Era palese che la decisione del comitato sudafricano mi aveva esiliato nello stesso modo in cui il resto del mondo occidentale mi stava invece dando il benvenuto. Le persone per cui pi mi dispiaceva erano i librai locali, che gi stavano cedendo sotto la pressione nel nuovo servizio televisivo nazionale introdotto l'anno precedente, il 1976. Ma non rimpiangevo nemmeno una delle parole che avevo scritto, e nemmeno lo facevano i lettori. Gli eredi dell'Eden fu uno dei miei romanzi di maggior successo.
Un sudafricano che rientrava in patria avvert l'impatto del bando in tutto il suo vigore. Di ritorno da Londra aveva comprato una copia del romanzo per passare il tempo durante il volo. Non avendo nulla da dichiarare quando arriv allo Jan Smuts Airport (oggi Oliver Tambo International Airport) imbocc con disinvoltura la corsia verde solo per essere fermato da un solerte doganiere e avvisato che il libro era stato messo all'indice.
Una ventina di minuti dopo, scrisse lui al quotidiano Star, stavo ancora riempiendo moduli dopo aver comunicato nome e indirizzo, essermi fatto controllare il passaporto ed essermi sorbito un breve sermone dal tono autoritario sulla mia violazione dell'Atto.
L'indomani il giornale si occup del caso nel suo editoriale.
"Siete atterrati allo Jan Smuts Airport. I passeggeri sono gentilmente pregati di rimettere indietro gli orologi di venticinque anni", come recita la vecchia battuta. L'esperienza descritta da un lettore in una lettera allo Star fa suonare sgradevolmente veritiero quell'aneddoto apocrifo... L'indesiderabilit del romanzo Gli eredi dell'Eden , a dir poco, altamente opinabile. L'anno scorso un comitato del Publications Directorate lo ha giudicato indecente e osceno ma il direttorio stesso si  unito alla casa editrice in un riuscito appello contro il bando. Poi il Publications Appeal Board lo ha rimesso all'indice citando undici passaggi in cui le descrizioni di tenore sessuale sono troppo esplicite. Non si tratta certo di un novello Kamasutra o Das Kapital.  un tipico racconto d'avventura moderno in cui l'occasionale spruzzatina di sesso  quasi una componente indispensabile della formula e nettamente secondaria rispetto all'azione principale. Vale davvero la pena di fare tanto chiasso per simili libri? Metterli al bando non serve solo a irritare gratuitamente degli ignari sudafricani e a far apparire il paese meschino piuttosto che compassato agli occhi del mondo esterno?
Il Publications Appeal Board revoc il bando de Gli eredi dell'Eden nel 1981 ma, come sempre, non riusc a resistere alla tentazione di vibrarmi un fendente. Le descrizioni, a suo parere, non erano palesemente sfacciate e non cos crude da rendere indesiderabile l'intero libro. Quella era la parte positiva. Il romanzo non vantava alcun merito letterario, brontolavano i bravi cittadini, ma avr probabilmente numerosi lettori: lo si pu definire narrativa d'evasione.
Bisognava adottare un approccio realistico sotto quell'aspetto, afferm il comitato, perch la narrativa d'evasione ha un posto nella comunit sudafricana e costituisce parte integrante del rilassarsi di molti sudafricani. Sarebbe stato quindi assurdo aspettarsi che fosse priva di descrizioni sessuali.
Perch la sua commissione non avesse potuto giungere alla stessa conclusione quattro anni prima, consentendo cos di risparmiare decine di migliaia di rand in spese legali, restava un mistero, ma gli ultimi a ridere saremmo stati noi. Nel 1982 Gli eredi dell'Eden mi avrebbe fatto vincere il mio primo Pan d'oro, premio che la Pan Books - la casa editrice a cui ero passato lasciando la Heinemann - aveva istituito come riconoscimento per gli autori della sua scuderia che avevano venduto pi di un milione di copie di un particolare titolo. Era una statuetta d'oro di venticinque centimetri, copia di quella di bronzo raffigurante Pan e risalente a un periodo compreso tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., conservata al British
Museum.
Vi fu un ultimo colpo di scena in questa bizzarra saga della censura. Nel 1980 cominciai a scrivere quella che sarebbe diventata la quadrilogia dei Ballantyne. I romanzi narravano la vita dei componenti della famiglia Ballantyne dal decennio 1860-1870 al 1980-1990 sullo sfondo dell'aspra battaglia fra neri e bianchi durante la breve storia della Rhodesia (oggi Zimbabwe). La serie terminava con La notte del leopardo (1984), che il governo dello Zimbabwe mise subito all'indice.
...
.
...
CAPITOLO 8. QUESTA VITA PER MARE.
...
.
...
Conoscevo Hillary Currey da sempre, o quasi. Eravamo diventati amici alla Michaelhouse dove lui, un ragazzo popolare e piuttosto bravo nel mostrarsi responsabile, arriv alla prestigiosa carica di rappresentante della scuola mentre io facevo di tutto per andare contro il sistema. In seguito avevamo frequentato la Rhodes University insieme. Hillary era il tipo di amico che proponeva avventure sfrenate a cui io partecipavo pi che volentieri. Di solito lavoravo durante le lunghe vacanze universitarie e un anno, nel periodo di Natale, lui sugger un modo per guadagnare pi di 60 sterline la settimana. Sarebbe stato facile, disse, avremmo lavorato a bordo dei pescherecci.
A quel punto, mentre ci trovavamo nel bel mezzo del deserto del Namib, non sembrava poi questa grande idea. Guardai Hillary, incrostato della sabbia e del sudiciume del paesaggio riarso dal sole, e mi chiesi se stesse pensando la stessa cosa.
Si stava avvicinando il Natale del 1953. Gli indigeni dell'entroterra namibiano chiamavano quel luogo la terra che Dio ha creato per rabbia, mentre i marinai portoghesi che tanto tempo prima erano sbarcati nel porto verso cui eravamo diretti lo avevano soprannominato le porte dell'inferno. Volevamo raggiungere la cittadina di Walvis Bay, posta a un'estremit dell'appena ribattezzata Skeleton Coast, ma fra noi e l'acqua si estendeva lo sconfinato e immutabile deserto. Dovevamo percorrere duemilaquattrocento chilometri, avremmo impiegato sei giorni e ormai da due non riuscivamo a ottenere un passaggio; fino a quel momento li avevamo scroccati ad agricoltori della zona e commessi viaggiatori, ma la fortuna ci aveva abbandonato. Arrancammo in silenzio lungo i binari della Trans Namib che andava dalla capitale della Namibia, Windhoek, alla costa, assorti nelle nostre riflessioni sull'incipiente disperazione e sulla follia della giovent.
Poi udimmo dietro di noi lo scricchiolio di qualcosa che si avvicinava sui binari. All'inizio non riuscii a distinguere niente nella foschia dovuta alla calura, ma il suono si fece pi forte e una sagoma cominci a delinearsi sbucando dall'aria increspata: era un carrello per la manutenzione che sferragliava lungo i binari grazie alla pompa azionata da un macchinista tutto rosso in volto.
Lo fermammo gesticolando come forsennati e lui, indubbiamente scosso dallo spettacolo di due ventenni bianchi che arrancavano nell'afa di mezzogiorno, rallent.
"Cosa succede, ragazzi?"
"Ha posto per altri due?" chiese Hillary.
Il macchinista ci guard come se intendessimo rubargli il pranzo.
"Siete bedol [matti]?"
Nessuno faceva l'autostop sui binari.
Poi Hillary pesc un paio di banconote dalla tasca e l'uomo le prese. "Saltate su, dietro di me" disse, "altrimenti morirete qui."
E fu cos che, sfiniti e con addosso la puzza del deserto, arrivammo nel porto di pesca di Walvis Bay.
Quello di Walvis Bay era un porto naturale dalle acque profonde che brulicavano di sardine, di plancton e delle balene che inizialmente avevano dato il nome all'insediamento. Nel XV secolo, quando il porto era stato un ambito rifugio per le navi europee che costeggiavano il pericoloso Capo di Buona Speranza, l era sorto un paesino. Sul lungomare spiccavano ottocento metri di moli e al crepuscolo le acque portuali ospitavano pi di cento pescherecci, ognuno dei quali poteva accogliere circa sette uomini. Volevamo lavorare su uno di quelli che pescavano sardine.
Per due giorni andammo avanti e indietro sui dock chiedendo un lavoro ma, a dispetto dei nostri strenui sforzi, non riuscimmo a trovare nemmeno un capitano disposto a ingaggiarci. Naturalmente la prima cosa che chiedevano era quanta esperienza avessimo, e la risposta era molto semplice: nessuna. Ero abituato alle barche, certo - da bambino avevo trascorso lunghe vacanze andando su e gi per lo Zambesi e il Kafue, sui Grandi Laghi del Malawi o al largo della costa del Mozambico a Maputo o a pesca nell'oceano Indiano - ma non sapevo nulla di come si pescassero le sardine a strascico. I comandanti dei pescherecci guardavano le mie mani morbide e mi ridevano in faccia. Tutti rifiutarono i nostri servigi, alcuni poco educatamente. "Torna a casa dalla mamma, poppante" fu forse la risposta pi gentile.
Alla fine qualcuno ebbe piet di noi. Il Kingfisher - un piccolo peschereccio appartenente, come molte di quelle barche da sardine, a una coppia di agiati fratelli di Citt del Capo - era attraccato al molo e stava per salpare, quando ci avvicinammo. Il suo comandante, un gigante chiamato Boots Botha, ci ingaggi per cinque settimane, a provvigione: se non avessimo pescato niente non saremmo stati pagati. Con i suoi trentacinque anni Boots ci sembrava anziano, un autentico lupo di mare, ma doveva avere il cuore tenero oppure vide la disperazione nei nostri occhi.
Il lavoro sarebbe stato duro, spieg, e noi saremmo stati l'ultima ruota del carro, svolgendo tutte le incombenze che il suo equipaggio esperto odiava fare, ma la sera la birra sarebbe scorsa a fiumi, gratuita, nell'albergo in cui tutti i marinai si riunivano, e avremmo avuto un posto in cui dormire nella cabina del peschereccio. Salpammo quello stesso giorno.
Al pari di tutti i novellini fummo trattati come feccia. Fedele alla sua parola, Boots ci assegn tutti gli incarichi rischiosi, che svolgemmo con entusiasmo a causa della nostra ingenuit. Se c'era uno scherzo da fare, le vittime eravamo noi due. La mia iniziazione avvenne presto. Mandato dal motorista a prendere i rifiuti di cotone sotto coperta, affondai il braccio in un contenitore solo per scoprire che era la latrina dell'uomo, e che gli scarti di cotone erano stati usati come carta igienica. Da quel giorno venni soprannominato Spook-gat o buco del culo del fantasma in afrikaans.
Le prime settimane a bordo del Kingfisher furono estenuanti. Non avevo mai sottoposto il mio corpo a una simile serie di fatiche protratte. Bench avessi a stento vent'anni sentivo le giunture doloranti e i muscoli indolenziti, e soltanto dopo giorni di duro lavoro mi abituai al logorante tran tran. C'era molto da imparare, ma passata la prima settimana mi conquistai una posizione speciale che riusc a elevare leggermente il mio status.
Gettare le reti a strascico era una faccenda complicata. Con un capo della fune fissato al peschereccio e l'altro a una piccola barca a traino puntavamo verso quelle che secondo il capitano erano le acque pi promettenti della giornata. Sul retro del peschereccio Boots Botha scrutava il mare cercando il primo segnale della presenza di un banco di pesci, di solito lo sfrecciare di una sardina appena sotto la superficie o magari persino un paio che spuntavano dall'onda. Le sardine formano ampi banchi, quindi appena ne avvistavamo una sapevamo che ce n'erano altre migliaia appostate l sotto. Era a quel punto che il peschereccio cominciava a girare intorno al banco descrivendo cerchi sempre pi piccoli e stringendolo in uno spazio sempre pi angusto. A volte era talmente grande che, dopo aver slegato la barca a traino, lo attraversavamo ripetutamente per costringerlo a suddividersi in due o tre banchi pi piccoli, dalle dimensioni pi adatte alle nostre reti. Non appena veniva stretto in quel modo, la superficie dell'acqua si animava, tremolando e scintillando per il fermento di cos tanti pesci.
A un ordine del comandante si slegavano le cime della barca a remi in modo che potesse venire trascinata via dalla corrente tirandosi dietro la rete. Quando i suoi sessanta metri si erano srotolati nell'acqua, il peschereccio girava intorno al banco per andare a recuperare la barca e legarla di nuovo, e i pesci venivano circondati dalla rete.
In quel modo le sardine finivano ammassate verso la superficie mentre la rete si spalancava sotto di loro, dopo di che arrivava il momento di chiuderla intrappolandole. Intorno al suo orlo inferiore correva il cavo zavorrato detto lima dei piombi, che serviva ad appesantirla e doveva essere estratto dall'acqua, riportato a bordo del peschereccio e inserito in un argano per chiudere la rete, che per non si poteva serrare completamente finch non si sfilavano dal cavo i massicci anelli d'acciaio.
Il momento critico arrivava quando tutta la rete era fuori dall'acqua. Per riuscire a togliere gli anelli e issarla a bordo bisognava inserire dentro di essi un altro cavo, cos da poter sfilare quello pi spesso e infine gli anelli, a uno a uno. Un uomo in fondo alla barca prendeva un bastone per poi cercare di far girare il nuovo cavo tutt'intorno. Era un'operazione lenta, ma finch non terminava non potevamo fare nient'altro che aspettare.
Dopo aver guardato per tre giorni l'equipaggio eseguirla goffamente balzai in avanti, infilai il braccio negli anelli e poi feci passare il cavo al loro interno. Ero l'unico a bordo con le mani abbastanza piccole per riuscirvi. I marinai rimasero di stucco, bench a me sembrasse la cosa pi ovvia da fare.
L'indomani, quando la rete venne issata fuori dall'acqua, mi sentii chiamare. "Spook-gat! Vieni, Spook-gat, metti la mano qui..."
Infilai il braccio negli anelli e vi inserii nuovamente il cavo. Ero soddisfatto del mio lavoro. Ogni giorno risparmiavo all'equipaggio una mezz'ora di frustrazione e impazienza, e in seguito gli uomini non mi guardarono pi con lo stesso disprezzo.
Al termine di ogni giornata, quando rientravamo in porto, enormi tubi aspiranti prelevavano il pescato dal ponte del peschereccio e Boots Botha veniva pagato. Trascorrevamo le notti cedendo allo sfinimento oppure bevendo, e all'alba eravamo di nuovo in riva al mare, a scaldarci con il caff e ad aspettare che il sole illuminasse l'acqua quanto bastava per pescare di nuovo.
Cominciammo a guadagnare qualche soldo, all'inizio giusto di che pagare la birra durante le serate in cui gli alberghi di Walvis Bay risuonavano del sordo frastuono di pescatori tornati dal mare, ma poi con l'aumentare del pescato crebbero anche i contanti e al termine del nostro periodo di lavoro avevo incassato circa 450 sterline, a quei tempi un'autentica fortuna.
Ma era denaro sporco di sangue, a volte letteralmente. Per mare gli uomini rischiavano la vita ogni giorno. Le dita venivano tranciate all'altezza delle nocche quando le onde si sollevavano di colpo, serrando le reti o strattonandole. Le mani venivano maciullate o spappolate contro le fiancate delle imbarcazioni. In un'occasione che non scorder mai vidi un uomo perdere la vita a causa della volubilit del mare, un'esperienza che in seguito avrei utilizzato per il romanzo La spiaggia infuocata.
Ci trovavamo a una certa distanza dalla costa, con le reti che gi venivano issate dal verricello, quando un peschereccio identico al nostro, di propriet degli stessi due fratelli di Citt del Capo, si avvicin. Dalla nostra posizione guardammo i suoi marinai gettare le reti, la corda che si srotolava dietro il natante, poi vidi uno di loro incespicare, la caviglia intrappolata dalla fune. Per un terribile istante rimase in piedi, poi il mare cominci a tirare la corda, il suo corpo si tese di colpo e lui fece la ruota al di sopra della fiancata. Quando colp l'acqua, ancora intrappolato nella rete, i compagni corsero a tentare di afferrarlo ma era troppo tardi: la fune si trovava gi a nove metri di profondit e lui sarebbe morto prima di riaffiorare.
Trascorse un'ora, forse di pi. Quando giunse il momento di ritirare le reti piene di sardine e plancton - fra cui ogni tanto capitava uno squalo o un barracuda, da liberare e gettare nuovamente in acqua - il corpo dell'uomo era l e cominciava gi a gonfiarsi.
Dopo quattro settimane di lavoro sul Kingfisher ci eravamo guadagnati il riluttante rispetto di Boots Botha e del suo equipaggio. Sia Hillary sia io lavoravamo sodo, e una sera andammo tutti in citt. L'albergo di Walvis Bay brulicava di pescatori e gli uomini del Kingfisher avevano gi bevuto parecchio. Al bancone, Hillary e il motorista stavano ordinando altri drink mentre io stavo puntellando un tavolo con Boots e gli altri. Era stata una buona giornata. Uno degli altri pescherecci della flottiglia era rimasto intrappolato in mare, la rete piena di un banco inaspettatamente numeroso di sardine che lo aveva appesantito, rendendolo incapace di muoversi. Il Kingfisher si era lanciato al salvataggio e avevamo passato la giornata a trasportare fino al porto una parte del loro pescato e, cos facendo, avevamo avuto la giornata pi proficua che l'equipaggio riuscisse a ricordare. La maggior parte del ricavato venne spesa quella sera nell'albergo.
Boots, ubriaco fradicio, mi prese da parte per una chiacchierata con il cuore in mano. "Spook-gat" disse, sforzandosi di rammentare il mio vero nome. "Wilbur, vero? Sei un bravo ragazzo, mi piaci, quindi voglio dirti una cosa. Ogni volta che infili il tuo dannato braccio in quegli anelli ho una fifa blu..."
Aveva gli occhi iniettati di sangue a causa della birra e sembrava ridesse per una barzelletta di cui soltanto lui conosceva la battuta finale, la sua saliva che mi schizzava sull'orecchio.
"Perch?" domandai.
"Spook-gat, se il cavo si spezza mentre hai il braccio infilato l, gli anelli si separeranno e saranno sottoposti a una pressione di circa trecento tonnellate, e subito dopo il tuo braccio somiglier a un filone di pane affettato."
A quel punto capii il motivo delle espressioni costernate dei marinai ogni volta che eseguivo l'operazione. Mi guardai intorno nella stanza, osservai Hillary che beveva, gli altri membri dell'equipaggio che conoscevano quella semplice verit che io invece ignoravo. Avevo rischiato il braccio, forse la vita, e nessuno di loro aveva aperto bocca. Era la legge della giungla, e io ero il cucciolo di antilope che, quando spuntava un predatore, era intento a strizzare gli occhi nel sole chiedendosi come mai tutti gli altri animali fossero fuggiti. Sorrisi della mia ingenuit. Almeno ero sopravvissuto per poter raccontare quella storia.
L'indomani, mentre cavalcavamo le onde oltre Walvis Bay, gettando le reti e poi preparandoci a tirarle a bordo, si lev il grido: "Spook-gat! Metti la mano dentro gli anelli!". Diedi un'unica occhiata all'equipaggio sogghignante e, usando il gergo dei pescatori, replicai che non avrei mai pi infilato la mano l dentro. "Andate a prendere il vostro bastone" gridai. Li avevo beccati.
Il periodo trascorso sul Kingfisher era stato il pi faticoso che riuscissi a rammentare e in seguito Hillary e io puntammo verso est, costeggiando la linea ferroviaria che ci avrebbe riportato attraverso il deserto, per raggiungere Windhoek e da l il Sudafrica e la Rhodes University; avevamo le tasche piene e il corpo irrobustito, e la mia mente era colma di una nuova comprensione del mare. Era implacabile e crudele, prendeva impunemente delle vite, ma era anche magnifico, selvaggio e bellissimo e ricompensava chi lo capiva con le ricchezze del cameratismo e di emozionanti racconti di vita fra le onde. Negli anni a venire sarei tornato a quelle storie, a uomini come Boots Botha e i membri dell'equipaggio del Kingfisher. Con il senno di poi mi rendo conto che i semi di futuri romanzi quali I cacciatori di diamanti e Sulla rotta degli squali e persino il personaggio di Lothar De La Rey de La voce del tuono vennero tutti piantati durante quelle esperienze per mare.
Ma mancava ancora pi di un decennio a quei libri, e prima di allora il mare avrebbe chiamato di nuovo.
Durante le vacanze natalizie successive pensai che, essendo sopravvissuto al lavoro su un peschereccio per sardine, ero abbastanza vigoroso da affrontare una stagione su una delle baleniere che a novembre lasciavano Citt del Capo e scendevano quasi fino all'Atlantico Meridionale. Avevo saputo da un amico che la flotta di baleniere giapponesi stava cercando manodopera.
Accanto ai vasti moli di Citt del Capo era ormeggiata una miriade di navi da carico, navi di linea e imbarcazioni da diporto. Prima che io nascessi, la caccia alle balene si concentrava circa trecento chilometri pi su, al largo della costa di Durban, dove le balenottere azzurre sfrecciavano nelle pi tiepide acque settentrionali, ma quel Natale ero diretto verso mari pi freddi. Ingaggiato da un rappresentante della Whaling Company salii su una nave per il rifornimento insieme a decine di altri come me, e iniziammo il lungo viaggio. La mia destinazione si trovava quanto pi a sud io fossi mai stato in vita mia e sarei probabilmente mai andato: eravamo diretti in Antartide, la gelida maestosit di oceano deserto e iceberg. In quelle acque, megattere, capodogli e balene franche australi sarebbero diventati le nostre prede.
La Whaling Company si trovava l sin da novembre, quando iniziava la stagione della caccia alle balene, e la nave su cui stavo viaggiando era una delle tante imbarcazioni per l'approvvigionamento che facevano regolarmente la spola lungo quel tragitto portando nuovi uomini, merci e forniture specialistiche alla flotta. Per cinque notti e quattro giorni avanzammo lentamente verso sud, un viaggio di una noia mortale, su oceani sconfinati dove non c'era nulla da vedere se non la curva dell'orizzonte che si faceva sempre pi pronunciata. I membri dell'equipaggio, un misto di sudafricani e giapponesi, erano uomini duri, taciturni, e prima che fosse trascorsa una sola notte dalla nostra partenza capii che non sarebbe stato affatto come sul Kingfisher.
Al crepuscolo della quarta sera vedemmo la distesa blu dell'oceano rotta per la prima volta da frastagliati picchi bianchi. Gli iceberg gremivano l'orizzonte e quando entrammo in un campo di ghiaccio ci rendemmo conto di essere ormai vicini alla meta.
Il quinto giorno raggiungemmo il sito in cui stava lavorando la flotta di baleniere. La prima cosa che ci colp fu il tanfo. Non avevo mai sentito l'orrendo puzzo del grasso e della carne di balena n desidero farlo di nuovo. Era intenso e disgustoso, e sembrava contaminare ogni cosa. Pi ci avvicinavamo e pi l'aria viziata e oleosa ci avviluppava, soffocandoci con i suoi miasmi di putrefazione e morte.
Nella distesa di mare aperto, reso brillante dalle colature della macellazione effettuata a bordo, spiccava la nave officina della flotta.
La caccia alle balene in Antartide era imperniata sulle stazioni di lavorazione sopra la piattaforma di ghiaccio, ma il bisogno di ottenere una macellazione pi efficace, e di eludere la regolamentazione da parte di qualsivoglia governo al mondo, aveva portato alla costruzione delle prime navi officina in modo che tutta la lavorazione potesse avvenire in mare. Quando salimmo su quella scoprii che sembrava un mondo a parte. Immaginavo l'Antartide come il luogo di straordinaria bellezza e imponenza che mi ero raffigurato leggendo classici racconti di esplorazione ed eroismo - le storie di Robert Falcon Scott e della sua sfortunata missione per raggiungere il Polo Sud, di Ernest Shackleton e dell'equipaggio dell'Endurance che abbandonavano la nave sul pack eppure riuscivano a tornare tutti a casa - ma vi furono ben pochi trionfi o avventure in quello che mi riserv il mese successivo. La nave officina era un mattatoio a cielo aperto, ogni sua superficie resa viscida da olio e sangue di balena. Per il resto della stagione sarebbe stata la mia casa.
Se i primi giorni a bordo del Kingfisher mi avevano mostrato quant'ero impreparato rispetto ai marinai che lavoravano quotidianamente su quelle acque, i primi giorni sulla nave officina rivelarono quanto ero stato ingenuo a pensare che quell'esperienza mi avesse preparato a una vita del genere.
Le giornate erano occupate da lunghi turni sul ponte. La flotta comprendeva otto navi dotate di arpione che alle prime luci dell'alba partivano a caccia della loro preda e poi tornavano seguite da un fiume di sangue. Le carcasse venivano trainate dai cacciatori di balene e poi trascinate da enormi branche meccaniche su per lo scivolo a poppa della nave principale, dopo di che iniziava il nostro lavoro. Armati di appositi coltelli, gli uomini dell'equipaggio rimuovevano gli strati di grasso facendo sistematicamente a pezzi gli enormi cetacei. La squadra di cui io ero un membro di basso livello agganciava alle carcasse alcune funi che pelavano via il grasso. Era un lavoro duro e faticoso su un ponte scivoloso e oscillante, fra venti fortissimi che ci sferzavano e portavano con s la gelida asprezza dell'Antartide. Eravamo circondati da massicci macchinari in movimento mentre i coltelli sventolati con folle abbandono dai giapponesi avrebbero potuto decapitare o sbudellare un uomo. In confronto il Kingfisher era una nave da crociera di lusso.
Una volta scuoiate - private di qualsiasi briciolo di grasso, carne e osso che si potesse lavorare, utilizzare o vendere - le carcasse delle balene venivano gettate in mare. In un punto imprecisato pi a sud sarebbero state sospinte sulle rive della piattaforma di ghiaccio antartica, dove si sarebbero cos creati dei vasti cimiteri, una vera e propria costa di scheletri.
Passavo le notti immerso in una silenziosa solitudine, troppo stremato per fare qualcosa di diverso dal dormire. L non avevo compagni n alcuna possibilit di trovarne. I marinai del Kingfisher erano diventati degli amici, ma gli uomini delle baleniere appartenevano a una razza diversa. Persino quelli che parlavano inglese avevano uno sguardo vitreo e distante. Non c'era alcun cameratismo fra loro, solo lavoro, sangue, grasso e ossa.
Alla fine della quarta settimana avevo l'impressione di trovarmi l da tutta una vita. Quel posto, pi che una nave officina, era davvero un mattatoio mobile. Ero circondato dal caos viscerale della morte. Passai un'altra lunga giornata a sgobbare sul ponte pieno di cadaveri e quella sera, quando finii di lavorare, l'intero corpo che scintillava di olio di balena, sapevo cosa avrei fatto.
L'indomani attraversai i ponti scivolosi fino a trovare il medico di bordo e gli dissi che avevo un persistente dolore all'addome. Mi fece sdraiare, mi tast il ventre senza trovare nulla e mi esort a tornare al lavoro. "Non vorr che qualcuno muoia su questa nave, vero?" replicai. "Sento che  una cosa grave."
Lui prese una penna e cominci a compilare un modulo. Aveva gi sentito prima quella storia e sapeva che non valeva la pena di metterla in dubbio. Quel giorno, quando da Citt del Capo arriv la nave per i rifornimenti, sul suo manifesto per il viaggio di ritorno verso nord fu aggiunto un passeggero extra. Stavo dicendo addio a quell'inferno galleggiante due mesi prima del previsto. Ci sarebbero voluti giorni perch tornassi a sentirmi una creatura civilizzata, settimane perch non avvertissi pi i residui di olio di balena fra le dita o l'orribile vapore della nave officina tra i capelli. Il viaggio di ritorno fu lungo e agitato, il mare che mugghiava sotto un cielo in tempesta, e non vedevo l'ora di arrivare a Citt del Capo.
Un giorno avrei scritto un libro intitolato Come il mare attingendo alle
mie esperienze in Antartide. Sarebbe stato il mio dodicesimo romanzo e il primo parzialmente ambientato negli Stati Uniti. Raccontava di Nicholas Berg, il fantastico principe di Christy Marine, che raggiunge i vertici del mondo del commercio marittimo grazie al duro lavoro e all'abilit solo per vedersi costretto a cedere il proprio ruolo a uno spigliato ragazzo di citt originario di Londra, che per di pi gli ruba la moglie. Possedendo ormai solo un rimorchiatore, Berg deve sfidare le gelide distese dell'Antartide, recuperare una delle lussuose navi da crociera della sua ex compagnia di navigazione e poi impedire al rivale di uccidere la sua ex moglie e il figlio che non vede da tempo.
Non sapevo nulla delle grandi navi e del misterioso mondo dei salvataggi in alto mare. La Safmarine, la marina mercantile del Sudafrica, si rivel particolarmente utile, essendo uno dei protagonisti principali nel campo dei trasporti e delle spedizioni marittimi, ma la maggiore attrattiva ai miei occhi era che possedeva due dei pi grandi e potenti rimorchiatori del mondo, il John Ross e il Wolraad Woltemade, noti come i segugi o gli avvoltoi del Capo, a seconda dei punti di vista. Attraccavano regolarmente a Citt del Capo. Passai ore e ore a bordo con i comandanti e gli equipaggi che, molto generosamente, condivisero con me le loro conoscenze e le storie di drammi sui mari pi pericolosi del mondo.
Quanto alla caccia alle balene e all'Antartide, se non avessi mai pi rivisto quelle distese ghiacciate in vita mia non avrei certo pianto.
...
.
...
CAPITOLO 9. QUESTA VITA IN VOLO.
...
.
...
L'estate del 1947 fu lunga e secca, e pi ci spingevamo a nord pi la calura si faceva cocente. Mi trovavo gi da tre giorni sul treno che arrancava lentamente da Johannesburg a Bulawayo, dove avrei cambiato convoglio per l'ultima tratta, e adesso che ci stavamo avvicinando a Lusaka finalmente potevo dirmi che le vacanze erano davvero iniziate. Era sempre un momento magnifico, in cui potevo dimenticare le severe regole del collegio e vivere come volevo, scorrazzando libero per la tenuta. L'autista di mio padre mi stava aspettando alla stazione e davanti a me si profilava la delirante eccitazione delle vacanze scolastiche.
C'era sempre del lavoro da fare, a casa. Mio padre, essendo un rigoroso vittoriano, non sopportava l'inerzia, quindi non potevo concedermi impunemente settimane di sfrenato abbandono, ma c'era comunque tempo per cacciare e sparare, leggere ed esplorare, tutte le cose che mi facevano rammentare il ranch cos vividamente e con un tale attaccamento. Il terzo giorno mi svegliai presto, presi la bicicletta e partii alla volta del Kafue.
Ero nato nell'intervallo fra le due guerre mondiali e crescendo subito dopo la Seconda non potevo sfuggire alle conseguenze del conflitto. Sono cresciuto in mezzo ai reduci, molti dei quali erano stati invitati nelle Rhodesie per stabilirvisi come agricoltori o lavorare come artigiani. Il nostro ranch aveva accorpato diverse tenute pi piccole assegnate a ex soldati che in seguito avevano deciso che l'Africa era un luogo troppo ostile e aspro ed erano tornati in Inghilterra per costruirsi un futuro in quella terra verde e amena. Ma fra tutti i nostri vicini ce n'era uno che aveva deciso di rimanere e stava facendo stoicamente suo quell'angolo di Africa. Viveva a due fattorie di distanza dalla nostra e mentre pedalavo lungo tortuosi sentieri di terra battuta, attraverso una boscaglia ormai familiare, mi chiesi quale accoglienza mi avrebbe riservato.
Avevo deciso di fare amicizia con quell'uomo quando avevo sentito mio padre parlare di lui con i nostri braccianti. A quanto pareva, viveva come un recluso e lo si vedeva di rado nelle cerchie sociali del mondo delle tenute agricole. Era un ex pilota dalla Royal Air Force, un eroe della battaglia d'Inghilterra venuto in Africa per guarire dalle sue ferite.
La battaglia d'Inghilterra si era svolta fra il luglio e l'ottobre del 1940, quando la RAF aveva difeso la Gran Bretagna dall'assalto della Luftwaffe tedesca. Da bambino, cresciuto con le storie del pilota Biggles e delle sue audaci avventure nei cieli, avevo trovato emozionante l'idea di temerari piloti inglesi che lottavano strenuamente contro l'implacabile Luftwaffe mentre Londra bruciava sotto di loro. Era una vicenda improntata a valore, romanticismo, eroismo e sacrificio che infiammava la mia immaginazione. Persino ora sento dei brividi lungo la schiena nel ricordare di aver assistito a spettacoli di acrobazie aeree e sentito il rombo entusiasmante del motore Merlin Rolls-Royce di un Supermarine Spitfire che si libra nell'aria o il cielo che rumoreggia come se mani gigantesche lo stessero squarciando a met mentre l'aereo si lancia in una picchiata interminabile. Una volta vidi quattordici Spitfire e Hurricane della Seconda guerra mondiale decollare tutti insieme, il terreno che tremava a causa dei rauchi cavalli vapore combinati, l'aria lacerata dal pulsare in staccato dei loro motori, e non dimenticher mai l'eleganza con cui solcarono il cielo. In seguito avrei letto il classico della letteratura di quel conflitto, L'ultimo nemico di Richard Hillary, un pilota della battaglia d'Inghilterra che riport terribili ustioni quando venne abbattuto da un Messerschmitt BF 109. Quando ero adolescente la guerra mi gherm nella sua morsa seducente: era un'opportunit di mettersi alla prova, rispondere al richiamo del dovere, diventare un uomo. Non considerai mai il prezzo dello scontro militare finch non conobbi il nostro vicino.
Il suo viso aveva riportato ustioni tali che nessun chirurgo avrebbe potuto guarirlo. Gli occhi somigliavano a buchi neri inseriti in una maschera di contorto tessuto cicatriziale, il naso era sottile e deforme. Sembrava che il volto gli si fosse congelato in un'espressione traumatizzata, come perennemente bloccato nel momento dell'atroce sofferenza mentre le fiamme tentavano di consumarlo. Aveva combattuto nel cielo di Londra durante la battaglia d'Inghilterra ed era stato abbattuto mentre inseguiva un gruppo di cacciabombardieri tedeschi Dornier 215 sopra la costa del Kent. Era restio a parlare dei dettagli ma con il passare del tempo si confid gradualmente con me. Disse che Geoffrey Page, un altro pilota di caccia della RAF, aveva definito la sua precoce esperienza di volo sugli Spitfire il dolce vino rosso della giovent, e forse vide qualcosa di tutto questo in me, nel mio inesperto entusiasmo, nella mia sconfinata curiosit. Aveva aperto il fuoco su uno dei Dornier di testa quando all'improvviso l'aria era stata solcata da una raffica di granate traccianti bianche. I Messerschmitt 109 di scorta avevano attaccato il suo squadrone per difendere i loro bombardieri. Il boato di un'esplosione lo assord e lui cap di essere stato colpito. Un orrendo squarcio si apr sulla sua ala sinistra e le fiamme cominciarono a erompere dal fondo della cabina di pilotaggio. Il motore inizi a vibrare violentemente e lui pens che doveva uscire da l in fretta. Il serbatoio di uno Spitfire  piazzato fra il pannello degli strumenti e il motore, quindi giusto davanti al pilota si trovavano 340 litri di carburante volatile, che all'improvviso esplose come una bomba, le fiamme che gli schizzavano su viso e mani. Rammentando d'istinto la procedura di espulsione lui fece saltare via il tettuccio e gherm l'imbracatura che lo assicurava al sedile per allentarla mentre, nell'abitacolo trasformatosi in una fornace ardente, la pelle gli si raggrinziva come carne che arrostiva. Riusc a spingere in avanti la barra di comando e venne scagliato fuori dall'abitacolo mentre l'aereo precipitava. Tent inutilmente di tirare la corda di strappo del paracadute con le mani ustionate e scarlatte, cerc di ghermirla pi e pi volte, le dita che non riuscivano a fare presa perch scarnificate, poi riusc finalmente a stringerla e il paracadute si apr con un sobbalzo nauseante. Solo quando, al largo della costa di Margate, piomb in mare, di piedi, e torn in superficie ansimando per riprendere fiato, il paracadute che fortunatamente si afflosciava di lato, si rese conto della gravit delle sue ustioni mentre l'acqua salata sfregava sulle ferite come carta vetrata. Dopo mesi di atroce sofferenza e vari interventi chirurgici venne congedato dalla RAF per invalidit e si vide assegnare un lavoro di scrivania, cosa di cui fu contento pur sentendosi anche deluso e in colpa. Si vergognava di essere rimasto ferito, in cuor suo aveva l'impressione che, sopravvivendo, non avesse superato un test fondamentale, e capii che forse non era solo il viso sfigurato a spingerlo a evitare la compagnia.
Come le cicatrici visibili lasciate da quel fatidico episodio non scomparvero mai, cos le ferite interiori parvero non guarire, e credo che lui trovasse una certa consolazione nella mia presenza. Non era molto pi vecchio di me, doveva avere circa venticinque anni bench fosse difficile stabilirlo, dato che aveva l'atteggiamento di un uomo ben pi maturo.
Andavo a trovarlo nella sua tenuta alla fine di ogni trimestre scolastico. Il suo era un allevamento e lui, venendo da Londra, aveva parecchie cose da imparare. Io invece, essendo il figlio di un allevatore, mi credevo un esperto. Cominciai ad aiutarlo come meglio potevo spiegandogli le sfumature del curare il bestiame, l'importanza della mungitura, le varie zecche e pulci da cui bisognava proteggere gli animali, il perenne problema dei leoni che si aggiravano per il nostro ranch. Le sue mani non avevano riportato lesioni troppo gravi e quindi riusciva a usarle bene, ma fu felice di averne a disposizione un secondo paio mentre issavo e tiravo e scavavo e spingevo, aiutandolo a lavorare la terra.
Cominciai a chiedermi quanto a lungo si potesse condurre un'esistenza solitaria come quella. Lui aveva una famiglia? Aveva altri amici? Cosa faceva un uomo solo, la sera, chiuso dentro una prigione che si era costruito lui stesso? Voleva avere, un giorno, tutte le cose che gli altri sognavano? Voleva conoscere una donna e sposarsi? Aveva meno di trent'anni e tutta la vita davanti. Aveva gi rinunciato alle speranze per il resto della sua esistenza? Ed era possibile che una donna guardasse quel tessuto cicatriziale, quegli occhi piccoli e infossati, e si innamorasse? Erano tutte domande che non feci mai ad alta voce.
Poi, misteriosamente come era entrato nelle nostre vite, il mio amico pilota scomparve. Quando, all'inizio di una vacanza, tornai al ranch, lui non c'era pi. Ben presto un nuovo proprietario si sarebbe insediato l per poi condurre il proprio bestiame lungo le rive del Kafue. Il mio amico non aveva lasciato nessun recapito, nessuna lettera che spiegasse il motivo della sua partenza. Per qualche tempo la sua scomparsa fu argomento di dibattito per la mia famiglia e i nostri vicini, ma in breve lui divenne solo l'ennesimo ex soldato incapace di innamorarsi dell'Africa. Mi sono spesso interrogato su quel pilota della RAF: forse l'Africa era uno spazio troppo sconfinato, che gli rammentava costantemente la mancanza di limiti del mare e del cielo che per poco non lo avevano ucciso, e forse lui aveva preferito allontanarsi dal tutto, cercando l'oblio che aveva quasi incontrato durante la guerra. Forse si tolse la vita in un punto imprecisato del bush, il suo corpo poi divorato dagli animali selvatici, senza lasciare alcuna traccia tranne qualche goccia di sangue sulla terra battuta, il suo spirito una voluta di fumo nell'aria.
Mi dispiacque che se ne fosse andato. Non lo incontrai pi ma rimase a lungo nella mia memoria, simile a uno spettro.
Nel 1973, quasi trent'anni dopo, quelle domande mi assillavano ancora. Cominciai a scrivere il romanzo che sarebbe diventato Un'aquila nel cielo, il primo ambientato nei cieli e il primo destinato a introdursi in maniera significativa nell'importantissimo mercato statunitense scalando la classifica dei bestseller del New York Times, impresa che nessun altro dei miei libri riusc a replicare fino alla liberazione di Nelson Mandela nel 1990. Come diceva sempre Charles Pick, qualsiasi cosa uscisse dal Sudafrica dell'apartheid era contaminata per associazione. Inoltre gli americani, che Dio li benedica, non avevano un'idea molto precisa della cartina dell'Africa ed erano quindi svantaggiati quando si trattava di capire l'ambientazione di alcuni miei romanzi. Un'aquila nel cielo contrast quella tendenza.
Raccontava la storia di David Morgan, un giovane a cui viene promesso il mondo ma che vuole qualcosa di pi, qualcosa che sia stato creato da lui. Anche se la sua famiglia si aspetta che lui passi la vita nella sala riunioni del consiglio di amministrazione del suo impero finanziario, lui si scopre invece molto attratto dai cieli e, rinunciando a un futuro prevedibile e gi delineato, lascia l'Africa per l'Europa. Quando iniziai il romanzo sapevo gi che Morgan avrebbe condiviso il destino del mio amico d'infanzia: rimasto gravemente ferito mentre pilotava un cacciabombardiere, nella seconda parte del libro sarebbe venuto a patti con le proprie lesioni e avrebbe trovato la redenzione nel selvaggio entroterra africano. Trattandosi di un romanzo di Wilbur Smith, era l'amore di una donna bellissima ad aiutarlo a rimettersi in sesto. Non ho mai scoperto cosa ne sia stato del mio amico, ma nelle pagine del mio libro potevo donargli il finale che speravo avesse trovato. Quella storia d'amore, che abbinava la mia entusiastica passione per il volo alla mia ammirazione per i piloti di caccia in genere, affondava le radici nell'esperienza personale. Amavo gli aerei sin da quando ero bambino. Ricordo ancora vividamente la sensazione del vento fra i capelli, la casa colonica del ranch che rimpiccioliva sotto di noi, mentre pap mi portava per la prima volta su nel cielo.
Mio padre aveva comprato il biplano Tiger Moth poco dopo che ci eravamo trasferiti nel ranch, e fu su quel minuscolo apparecchio che sperimentai per la prima volta il viaggio aereo. Mentre ero assicurato al sedile nella cabina di pilotaggio aperta insieme a pap, fornito di casco e occhialoni come se stessi volando durante la battaglia d'Inghilterra, ci eravamo alzati sulla tenuta e inclinati virando di colpo al di sopra del bush per poi tornare indietro descrivendo un ampio arco, seguendo il Kafue mentre si immetteva nel pi ampio Zambesi. Pap era affascinato dall'aviazione sin da quando, durante la sua infanzia, erano stati effettuati i primi voli riusciti. Talvolta, se lo trovavo dell'umore adatto, mi lasciava manovrare la cloche e per un fugace istante assaporavo l'inebriante eccitazione di pilotare un aereo a moltissimi metri da terra. Per un bambino di sette anni era straordinariamente esaltante. Sapevo che un giorno avrei imparato anch'io a volare.
Mio padre sorvolava l'intero ranch, ma fu solo molto pi tardi che io presi il brevetto di volo. Volevo pilotare personalmente l'aereo fino ai migliori terreni di caccia dell'Africa per non dover dipendere dalle tabelle di marcia altrui quando progettavo di addentrarmi nel bush. Alcuni dei terreni di caccia pi stimolanti dell'entroterra africano erano accessibili solo via aereo.
Imparai a volare a Citt del Capo, fra la met e la fine degli anni Sessanta, cominciando su piccoli bush planes.* Il Cessna 180 era un velivolo americano a quattro posti utilizzato in tutta l'Africa da proprietari di ranch, cacciatori e piccole compagnie di charter. Aveva caratteristiche simili al vecchio Tiger Moth di mio padre nella modalit di decollo, nel pulsare del motore e nell'allarmante sensazione di oscillare ogni volta che veniva colpito dal vento forte, e io arrivai ben presto a fare lunghi voli in solitaria, attraversando il Sudafrica da una costa all'altra. Riuscivo a portare il Cessna su strette piste d'atterraggio ben addentro nel bush, dove il terreno accidentato metteva a dura prova la mia abilit. Ma c' una bella differenza fra pilotare un aereo leggero come un Cessna 180 sopra l'ondulato bush africano e pilotare gli aerei da caccia supersonici di cui volevo scrivere in Un'aquila nel cielo. C'erano ben poche possibilit che mi venisse permesso di mettermi ai comandi di un caccia Mirage - l'aereo francese utilizzato dalle forze aeree in tutta Europa e non solo - quindi avrei dovuto accontentarmi dell'alternativa migliore.
Andrew Drysdale, un amico giornalista che alla fine sarebbe diventato direttore di Cape Argus, mi present a Dick Lord, alto ufficiale dell'aviazione sudafricana, che aveva iniziato la carriera nell'aeronautica militare inglese prima di contribuire a fondare la cosiddetta scuola di dog fight** della marina statunitense resa famosa dal film Top Gun. Dick riusc a garantirmi la possibilit di salire sul simulatore di volo dell'aviazione a Pretoria. Volevo scoprire come sarebbe stato partecipare a un dog fight pilotando un caccia Mirage contrapposto a un MiG sovietico.
Assicurato al sedile del simulatore, con il finto abitacolo davanti a me, venni portato su nell'aria ritrovandomi ben presto a seicento metri di altitudine, poi a millecinquecento e poi a tremila. L'interfono mi crepitava negli auricolari a ritmo intermittente mentre il laconico maggiore a capo della simulazione impartiva gli ordini.
Mi stavo librando ad alta quota, apparentemente a mio agio sul caccia, quando l'interfono emise una nuova scarica statica, seguita dalla voce del maggiore.
"Signor Smith" disse, "sta volando a Mach 2 in picchiata verticale e si trova a centocinquanta metri di altitudine. Cosa intende fare?"
Osservai gli indicatori. Gli ultimi preziosi secondi a mia disposizione stavano passando in fretta. Doveva pur esserci qualcosa in grado di evitare quella catastrofe. Feci scattare alcuni interruttori, con il sudore che mi imperlava la fronte.
Mi concentrai strenuamente, affidandomi all'istinto, e capii cosa fare.
Con la rapidit di un fulmine sganciai l'imbracatura, spalancai lo sportello del simulatore e guardai l'ufficiale negli occhi.
"Subentri lei, maggiore!" esclamai mentre, dietro di me, il jet simulato scavava un cratere nel terreno.
Avevo gi deciso dove il mio protagonista David Morgan avrebbe incontrato il proprio destino: intendevo spedirlo nel cuore della tormentata Terra Santa, fra i conflitti volti ad acquisire il controllo dello stato pi recente e controverso del mondo, Israele. I sudafricani avevano svolto un ruolo importante nel creare l'aviazione israeliana, con Cecil Margo, in seguito giudice della corte suprema sudafricana, che aveva elaborato i progetti per quella forza militare su richiesta di David Ben Gurion, principale fondatore di Israele e prima persona a ricoprire il ruolo di primo ministro. In seguito Margo avrebbe rinunciato al comando del nuovo reparto per tornare a Johannesburg a esercitare l'avvocatura, ma il collegamento spalanc una porta nella mia immaginazione, e da quella porta entr David Morgan.
Rimaneva per il problema di come poter vedere quel mondo con i miei occhi e apprendere tutti i dettagli essenziali della vita di un pilota di aviazione in uno dei luoghi pi instabili del pianeta. Essere un autore di bestseller mi aveva consentito di accedere a determinate parti dell'Africa, ma in Israele non ero preceduto dalla mia fama.
Aaron Sacks era un chirurgo plastico appartenente alla comunit ebraica di Citt del Capo che conoscevo. Un cinquantenne colto e garbato, aveva accumulato una cospicua fortuna dimostrandosi uno dei pi talentuosi e stimati professionisti nel suo campo. Pur vivendo e lavorando in Sudafrica aveva svolto buona parte della sua attivit in Israele, dove curava piloti e altri membri di equipaggi aerei rimasti feriti in incidenti. Sin dalla sua fondazione nel 1948 il paese era rimasto coinvolto in una serie di conflitti con le nazioni vicine. La guerra d'indipendenza nel 1948, la guerra del 1956 e l'incredibile guerra dei Sei Giorni nel 1967 avevano purtroppo fornito parecchio lavoro a un uomo con le competenze di Aaron. Grazie ai suoi legami con le forze armate israeliane avevo l'occasione di vedere di persona l'ambiente in cui mi accingevo a inviare il mio protagonista e ben presto salii su un aereo per Tel Aviv, dove mi sarei recato diverse volte fra il 1972 e il 1973.
Tel Aviv era una citt nuova, con meno di sessant'anni di et, ma si era ampliata fino a raggiungere e inglobare l'antico porto di Giaffa sui cui confini era stata fondata. L'esperimento di convivenza pacifica fra coloni israeliani e popolazione prevalentemente palestinese di Giaffa era stato messo a dura prova in pi occasioni, ma al momento Tel Aviv era uno dei centri principali del nuovo stato d'Israele. Come le fiorenti citt africane era un punto di incontro fra mondo antico e moderno, un crogiolo di popoli e culture.
All'inizio gli ufficiali di pi alto grado erano parsi molto abbottonati. Vivevano perennemente sul filo del rasoio, aspettando la successiva chiamata alle armi, ma grazie a presentazioni e favori venni autorizzato a entrare nelle basi dell'aviazione. Nella massima segretezza fui accompagnato su un mezzo militare e, dopo aver trascorso lunghe giornate con amici di Aaron Sacks assorbendo la vita notturna e la cultura dei caff di quella complessa citt, fui portato in auto attraverso la boscaglia desertica ai margini di Tel Aviv, entrando poi nell'area riservata dove l'aviazione israeliana approntava la difesa della nazione.
Mentre passavamo fra vari livelli di camuffamento militare fiancheggiati da guardie armate mi fu spiegato che quanto stavo per vedere veniva mostrato solo a pochi outsider selezionati, e soltanto a quelli fra loro la cui storia fosse stata scrupolosamente verificata e dichiarata sicura. L vigevano misure di sicurezza talmente severe che nemmeno i genitori dei membri degli equipaggi nella base sapevano di cosa si occupassero i figli. Le mogli non avevano idea di cosa stessero facendo i mariti, i fratelli non parlavano del proprio lavoro ai fratelli, e io non dovevo assolutamente scrivere di quello che avrei visto.
Mi stavano accordando un privilegio davvero raro. Le basi aeree erano edifici nuovi, costruiti con estrema accuratezza, dove i piloti da combattimento e gli equipaggi di terra trascorrevano le giornate immersi in un silenzio irreggimentato, aspettando gli ordini. Non pass molto tempo prima che notassi la perfetta meticolosit con cui svolgevano i rispettivi incarichi. La guerra non era affatto un gioco o un'avventura come potevo aver pensato da bambino. Quella regione era un'autentica polveriera, e le conseguenze politiche di una decisione sbagliata presa in una frazione di secondo erano inimmaginabili.
Quasi tutti i membri dell'equipaggio e i piloti che mi accolsero erano ragazzi fra i venti e i venticinque anni per i quali quello era un dovere in cui credevano con l'appassionata dedizione tipica della giovent. Anche se si dimostrarono cordiali e mi accolsero nella loro mensa, raccontandomi la storia della loro vita e consentendomi di vedere l'interno di un caccia Mirage o sperimentare le loro missioni di addestramento mediante i simulatori di volo della base, fra noi rimase sempre una certa distanza: c'erano cose che potevo vedere e cose che non potevo vedere. Capii che in un mondo in cui i segreti sono moneta di scambio un romanziere  una spia. Quel posto non somigliava alle miniere d'oro del Witwatersrand, dove grazie a pettegolezzi informali e alle vanterie di un minatore potevo ricostruire la struttura del luogo; me ne andai sapendo che, anche se avevo ottenuto abbastanza per dare vita al mio romanzo, c'era tutto un mondo di dettagli che un outsider non avrebbe mai potuto comprendere fino in fondo.
Una settimana dopo il mio ritorno da Tel Aviv, nell'ottobre del 1973, mi stavo preparando a scrivere il primo capitolo di Un'aquila nel cielo quando, ancora una volta, in Israele scoppi la guerra. Era Yom Kippur, il giorno dell'Espiazione, il pi sacro del calendario ebraico e, approfittando dell'occasione, Egitto e Siria lanciarono un attacco a sorpresa attraversando il canale di Suez per occupare le alture del Golan e la penisola del Sinai, territori controllati da Israele sin dalla guerra dei Sei Giorni di cinque anni prima. La situazione degener molto rapidamente, sfuggendo a qualsiasi controllo. Gli americani corsero a sostenere Israele mentre l'Unione Sovietica si alleava con gli stati arabi, e ancora una volta il mondo si ritrov sull'orlo della catastrofe.
Il combattimento corpo a corpo era violento, ma ad attirare la mia attenzione fu la battaglia nei cieli, dove i piloti si stavano impegnando nuovamente nei dog fights. I giovani che avevo conosciuto, di cui avevo condiviso il mondo nelle basi aeree di Tel Aviv, stavano combattendo davvero. Alcuni di loro non sarebbero tornati, altri sarebbero finiti come il pilota del ranch vicino a quello di mio padre o il personaggio di cui mi accingevo a scrivere, intrappolati in un abitacolo in fiamme, sfigurati o menomati dalla guerra, segnati in eterno da quell'unico terribile momento su nel cielo.
Presi la penna e cominciai a scrivere con la consapevolezza che da qualche parte l fuori la storia si stava ripetendo.
Un'aquila nel cielo venne pubblicato nel 1974 e riscosse uno straordinario successo in Gran Bretagna e soprattutto negli Stati Uniti. Forse nella caduta in disgrazia di David Morgan e nella sua redenzione grazie all'amore c'era qualcosa di universale che attirava i lettori americani.
Il protagonista del romanzo, avvenente e dotato erede di un impero commerciale sudafricano, possiede un talento naturale per il volo. Dando le spalle alla strada che la famiglia ha tracciato per lui entra nell'aviazione sudafricana, ma si stanca ben presto della routine e parte per l'Europa con l'intento di scoprire la sua vera vocazione. In Spagna si innamora di una bellissima accademica israeliana, Debra Mordechai, e per stare con lei va a Gerusalemme; l ne conosce il padre, un alto ufficiale di stato maggiore della forza di difesa israeliana che, sbalordito dalla sua maestria nei cieli, gli offre il grado di ufficiale. Ma ben presto giunge la catastrofe.
Anch'io avrei ben presto rinunciato al volo. Successe nel 1974, mentre mi trovavo sopra Milnerton, a nord del cuore di Citt del Capo. Sotto di me si stendeva la laguna di Milnerton, le rive ornate da filari di palme, mentre pi su lungo la costa si stagliava la nuda sagoma della Table Mountain, nera contro l'azzurro del cielo e con strati di nubi bianche che correvano sopra la cima.
Era passato un mese dal mio ultimo volo e, anche se all'inizio mi ero sentito incerto, ormai le mie mani rammentavano ogni cosa, e tutto si stava sistemando. Mi trovavo in aria da diverse ore ed era arrivato il momento di atterrare, cos invertii la rotta per puntare verso l'aerodromo di Ysterplaat, poco pi a sud della spiaggia di Milnerton.
Cominciai ad abbassarmi. Lo avevo gi fatto un centinaio di volte e fino a quel momento tutte le mie discese erano state prive di rischi. Sotto di me l'aerodromo stava diventando sempre pi grande. Controllai i pannelli: stavo procedendo a una velocit costante di centocinquanta chilometri orari, ideale in vista dell'atterraggio.
All'improvviso ebbi la sensazione di venire scagliato all'indietro e al contempo in avanti, un'anomalia della gravit, come se una mano invisibile avesse tolto l'aereo dall'aria. La mia mente arrugginita impieg troppo tempo per mettere insieme una spiegazione, ma sapevo cos'era successo: avevo colpito un wind shear o gradiente del vento; un'improvvisa corrente contraria che poteva raggiungere i sessantacinque chilometri orari aveva girato l'aereo. Nel giro di un attimo la mia velocit era scesa a ottanta, quasi dimezzandosi. L'aereo non stava pi volando ma cadendo.
L'istinto prese il sopravvento e mi esort a tirare la barra per riportare su il Cessna, ma era la cosa sbagliata da fare. L'unica soluzione era invece dare piena potenza, puntare verso il basso e tenere in aria l'apparecchio abbastanza a lungo per raggiungere la pista di atterraggio.
In occasioni del genere i secondi sembrano ore, ma non era quella l'impressione che ebbi mentre armeggiavo con la barra di comando e lottavo per correggere la rotta. Avere o meno un'altitudine sufficiente per recuperare l'assetto di volo non dipendeva da me, ormai non c'era pi modo di controllare a quale quota mi trovassi, ma lo avrei scoperto molto presto.
Il terreno comparve troppo all'improvviso e troppo in fretta. Il carrello d'atterraggio fisso del Cessna tocc la pista, si sollev, tocc di nuovo, e poi ancora. La discesa irregolare fece ruotare l'aereo. Tirai la barra per raddrizzarlo, poi mi ritrovai a correre lungo la pista, il carrello d'atterraggio che finalmente toccava terra in maniera adeguata, la velocit che diminuiva mentre mi concedevo il lusso di respirare a fondo.
In qualche modo, per pura fortuna o grazie a un intervento divino, ero riuscito ad atterrare sano e salvo.
Dopo un po' l'aereo si ferm. Quando scesi sulla pista, per sentire l'aria innaturalmente ferma, mi voltai a guardare il Cessna, fermo l con l'elica che ancora girava, come se niente fosse. Fissai il cielo, che sembrava meno burrascoso rispetto a pochi minuti prima. E in quel preciso istante decisi che i miei giorni come pilota erano finiti. Non volevo fare la stessa fine del mio giovane vicino di ranch dei tempi in cui ero ragazzo, di David Morgan o degli innumerevoli piloti le cui richieste di aiuto erano diventate vuote scariche statiche mentre precipitavano in un punto imprecisato del bush africano. Volare non  come guidare una moto, qualcosa che si pu iniziare e smettere di fare a proprio piacimento. Io stavo volando soltanto una volta al mese, e se non lo si faceva due o tre volte alla settimana i riflessi e i tempi di reazione cominciavano a risentirne. Mani e dita hanno bisogno di reagire d'istinto. Devi essere consapevole del mondo intorno a te a trecentosessanta gradi. Quando le cose vanno storte su nell'aria vanno storte molto in fretta, non c' una seconda possibilit.
Avevo sfidato la sorte abbastanza a lungo. Da quel momento in poi se avessi voluto volare avrei noleggiato un aereo e ingaggiato un pilota professionista con i sensi affinati dai voli quotidiani. Se avessi voluto l'avventura nei cieli l'avrei sperimentata sulle pagine dei miei libri. Perch ce ne sarebbero stati altri, e cominciavano a delinearsi alcune idee per un romanzo sui Courtney ambientato nei cieli sopra la Francia dilaniata dalla guerra, con protagonista una giovane bellezza francese, Centaine de Thiry, che perde il suo amato a causa di un altro abitacolo in fiamme e si ritrova bloccata sull'inospitale Skeleton Coast africana.
Ma di quella storia mi sarei occupato un altro giorno. In quel momento assaporai la gioia di essere vivo come non avevo mai fatto.
* Piccoli aerei in grado di atterrare anche su terreni impervi. (N.d.T.)
** Combattimento aereo a distanza ravvicinata cos chiamato durante la Prima guerra mondiale, quando gli aerei giravano l'uno intorno all'altro per raggiungere una posizione di tiro adatta, con un movimento simile a quello di due cani che si rincorrono in cerchio. (N.d.T.)
...
.
...
CAPITOLO 10. QUESTA VITA A HOLLYWOOD.
...
.
...
Hollywood mi aveva chiamato agli inizi della mia carriera. Non appena i diritti editoriali de Il destino del leone erano stati venduti a Charles Pick della Heinemann, erano stati opzionati quelli cinematografici. Stanley Baker, oggi conosciuto soprattutto per il suo ruolo nel campione d'incassi Zulu, avrebbe interpretato Sean Courtney, con Peter O'Toole nel ruolo di Dufford Duff Charleywood, il suo migliore amico e socio nei giacimenti auriferi. Nel frattempo lo storico e sceneggiatore John Prebble era stato incaricato di lavorare sul copione e io ero stato aggiunto provvisoriamente come consulente tecnico. Le riprese dovevano svolgersi nel Transvaal Meridionale e nel Natal, ma il film non si concretizz mai. Anche i diritti di tutti gli altri miei romanzi erano stati acquistati.
Due anni prima, nel 1969, avevo conosciuto il produttore Michael Klinger. Oggigiorno acclamato come uno dei produttori indipendenti di maggior successo nell'Inghilterra degli anni Settanta, in alcuni settori era denigrato - il critico inglese Sheridan Morley lo defin "nulla pi che un caratterista appariscente che imita Louis B. Mayer" - ma non era uno stupido, conosceva i film e amava il mio lavoro. Figlio di ebrei polacchi emigrati a Londra, era entrato nell'industria cinematografica attraverso i suoi due locali di spogliarello a Soho. In realt aveva cominciato come produttore di pornografia soft-core, ma si era arricchito producendo il cult Carter, uno dei pi grandi film di gangster inglesi di tutti i tempi, interpretato da Michael Caine e scritto e diretto dal geniale Mike Hodges. Acquist i diritti di Ci rivedremo all'inferno, comprando quelli di Una vena d'odio prima ancora che il romanzo fosse pubblicato e assicurandosi le opzioni per Un'aquila nel cielo, Sulla rotta degli squali e persino L'uccello del sole. Soltanto i primi due divennero dei film, ironicamente Una vena d'odio prima di Ci rivedremo all'inferno.
Fu solo quando stavo consegnando alla Heinemann il mio terzo romanzo, La voce del tuono, che ricevetti il primo incarico nel mondo del cinema: un produttore mi propose di scrivere la sceneggiatura dell'amatissimo Jock of the Bushveld di Sir Percy Fitzpatrick. Pubblicato nel 1907, era la storia vera dei viaggi effettuati dall'autore nel penultimo decennio dell'Ottocento insieme a Jock, il suo Staffordshire Bull Terrier, mentre attraversava per lavoro il Bushveld, regione del Transvaal (all'epoca Repubblica Sudafricana). Era stato uno dei miei libri preferiti da bambino, un'autobiografia che mi ricordava i racconti del nonno su quando faceva il capo carovana, e colsi l'occasione al volo. Passai i mesi successivi a lavorare alla sceneggiatura con la figlia di Sir Percy, Cecily Niven, mentre a Pretoria l'impresario cinematografico Emil Nofal dava inizio alle audizioni per trovare il cane che doveva interpretare Jock. Dopo molto duro lavoro, il progetto sfum. Fu il mio primo assaggio della natura volubile del cinema.
Nel 1968 approd sul grande schermo l'adattamento di uno dei miei romanzi: nella primavera di quell'anno usc Buio oltre il sole, tratto da L'ombra del sole, che mantenne il titolo originale The Dark of the Sun solo nella versione americana. Il libro era ancora vietato in Sudafrica, ma il film diretto da Jack Cardiff fece subito sensazione per le vivide scene di violenza e tortura. Rod Taylor, il coraggioso attore australiano, interpretava Bruce Curry; la bellissima Yvette Mimieux fu una magnifica Shermaine Cartier, ribattezzata Claire nel film, mentre la leggenda del football Jim Brown, che aveva da poco interpretato Quella sporca dozzina, fu un sergente maggiore Ruffo straordinariamente convincente. Bench la vicenda fosse ambientata in Congo, la pellicola venne girata in Giamaica, con gli interni filmati nei Borehamwood Studios di Londra.
Nel passaggio dalla pagina allo schermo non era cambiato soltanto il titolo. Lo psicopatico ex venditore ambulante cockney Wally Hendry, che uccide Ruffo prima che Curry uccida lui alla fine del film, divenne un criminale di guerra nazista chiamato Heinlein e liberamente ispirato al mercenario attivo in Congo Siegfried Mller, noto per indossare sull'uniforme la Croce di Ferro ottenuta durante la Seconda guerra mondiale. Nell'edizione tedesca del film anche Curry divenne tedesco, fu ribattezzato Willy Kruger e trasformato in un ufficiale della Wehrmacht scontratosi con Heinlein a causa del nazismo fanatico di quest'ultimo. Inoltre la versione tedesca tagli la scena in cui Heinlein uccide due bambini congolesi, per motivi di decenza, il che fu una sorpresa visto che il personaggio era presentato come un nazista.
Il film fu uno tra i pi violenti della sua epoca, ma non pi di quanto fosse stato il libro, e nessuno dei due risultava pi violento degli eventi realmente accaduti in Congo, teatro di uno dei conflitti probabilmente pi aspri dell'Africa dell'epoca e senza dubbio uno dei pi cruenti. Persino il regista ammise in seguito che le violenze perpetrate in Congo erano di gran lunga peggiori di quelle che avrebbero mai potuto comparire in una pellicola. Nel corso delle ricerche lui e i collaboratori si erano imbattuti in atrocit talmente spaventose da lasciarli nauseati.
Buio oltre il sole pu anche essere stato tristemente noto per le scene sanguinose, ma ispir una generazione successiva di registi. Martin Scorsese lo defin uno dei suoi "piaceri colpevoli", mentre Quentin Tarantino utilizz diversi motivi della colonna sonora nel suo Bastardi senza gloria e assegn persino a Rod Taylor un cameo come Winston Churchill.
Quando venne distribuito nelle sale io stavo dando gli ultimi ritocchi al mio quarto romanzo, il thriller Ci rivedremo all'inferno, liberamente ispirato all'affondamento della SMS KNIGSBERG della marina imperiale tedesca nel fiume Rufiji, una zona dell'attuale Tanzania in cui ero andato spesso a caccia e dove, in maniera indimenticabile, ho cacciato il mio primo elefante. Il film tratto da Ci rivedremo all'inferno fu distribuito nel 1976. I suoi protagonisti, il cacciatore americano di elefanti alcolizzato Flynn Patrick O'Flynn e il languido esule britannico Sebastian Oldsmith erano interpretati da due leggende hollywoodiane, Lee Marvin e Roger Moore. Quello a cui miravano, o almeno a cui mirava Flynn, era l'avorio degli elefanti nel delta del Rufiji. Nella storia soltanto una cosa si frappone tra lui e il suo premio: lo psicotico commissario tedesco che governa la zona con incredibile brutalit, come fosse il suo feudo privato. La faida tra Flynn e Sebastian deve essere temporaneamente accantonata quando la nave da guerra tedesca Blcher, in avaria, viene ormeggiata nello stesso delta in attesa di riparazioni e i due sono costretti dalle autorit inglesi a organizzare un'audace operazione per distruggerla prima che fornisca alla Germania un imbattibile vantaggio nella guerra per la conquista dell'Africa Orientale.
Ma prima usc il mio quinto romanzo, Una vena d'odio, e nel 1974 il film che ne venne tratto, Gold. Il segno del potere. Una vena d'odio scal la classifica dei bestseller, vendendo pi di centomila copie nell'edizione rilegata, e Michael Klinger stava cercando di racimolare il capitale per produrre il film. La MGM compr i diritti cinematografici per pi di 30.000 sterline e io fui assunto per scrivere il copione per altre 10.000, oltre a una percentuale dei profitti della pellicola, tutte cose che trovai fantastiche. Quando il romanzo fu pubblicato, Klinger aveva gi raccolto, grazie a finanziatori sudafricani, gran parte del capitale di un milione di sterline che gli serviva, per prima che le riprese potessero iniziare l'apartheid alz, non per la prima volta, la sua brutta testa. Roger Moore aveva accettato di interpretare il ruolo di Rod Slater, ma prima che le riprese cominciassero il presidente dell'Association of Cinematograph, Television and Allied Technicians (ACTT), Alan Sapper, annunci che il suo sindacato non ci avrebbe permesso di girare in Sudafrica, prendendo cos posizione, per principio, contro i mali dell'apartheid. Roger era iscritto a quel sindacato e, se fosse andato avanti, l'ACTT avrebbe messo sulla lista nera tutti i suoi futuri film.
Il sindacato degli attori Equity sostenne Roger, furibondo nel vedere un altro sindacato che minacciava la fonte di reddito di uno dei suoi membri. Si arriv a una situazione di stallo che domin i titoli dei quotidiani inglesi. Michael Klinger cerc una soluzione e chiese a Sapper di proporre una location alternativa. "Cosa ne dite del Galles?" domand Sapper. Michael sottoline che le miniere di carbone gallesi erano molto diverse dalle miniere d'oro africane e che, inoltre, i paesaggi del piovoso e ventoso Galles erano del tutto inadatti. Sembrava probabile che i finanziatori del film avrebbero ben presto rinunciato al progetto.
Vi furono altre discussioni e un'ulteriore pubblicit negativa sulla stampa prima che Sapper cedesse, sollecitando i membri del sindacato a decidere autonomamente se girare o meno in Sudafrica. Finalmente la produzione pot cominciare. Si form una splendida troupe, ogni suo membro deciso a sfidare i regolamenti razzisti e a lavorare in armonia con i sudafricani, neri o bianchi che fossero. La pellicola diede lavoro a numerosi sudafricani della zona e sul set non vi fu mai alcun problema legato all'apartheid. Una vena d'odio non includeva nessun esplicito messaggio politico ed era ambientato in un'industria che, come le mie ricerche personali dimostravano, non presentava divisioni di tenore razziale. C'era tuttavia un palese memento del sistema politico sudafricano che turbava il cast: alle dieci di ogni sera suonava una sirena che segnalava l'inizio del coprifuoco. Nessun lavoratore di colore poteva rimanere all'aperto dopo quell'ora, situazione che molti membri del cast e della troupe giudicavano intollerabile e prova del fatto che il razzismo profondamente radicato in Sudafrica toccava ogni aspetto della vita.
Una vena d'odio aveva eluso la scure dei censori sudafricani ma il film Gold non fu altrettanto fortunato. Roger doveva recitare una scena romantica nella vasca da bagno con Susannah York, che interpretava Terry Steyner. La scena aveva fatto parte del libro, con i due protagonisti che chiacchierano, si divertono e scherzano immersi nell'acqua, ma all'inizio non era comparsa nella sceneggiatura. Il regista, Peter Hunt, rilesse il libro e l'episodio gli piacque a tal punto che voleva inserirlo nella pellicola. Quello che sulla pagina aveva superato l'esame dei censori, sullo schermo suscit invece la loro furia, tanto che insistettero perch la scena venisse tagliata nell'edizione sudafricana del film.
Roger fu magnifico nel ruolo di Rod Slater e, come me, prese molto sul serio le proprie ricerche, scendendo in profondit nelle miniere di Buffelsfontein e Randfontein in cui il film venne girato. Era un protagonista estremamente dedito al lavoro e quasi non batt ciglio quando l'acqua delle miniere gli caus un avvelenamento da arsenico, disturbo che gli fece diventare verdi i capezzoli, sollecitando una rapida visita medica. Lavor persino a titolo gratuito durante le ultime tre settimane di riprese, quando le pessime condizioni nelle miniere ci costrinsero a trasferirci in un teatro di posa a Londra.
Quando Gold arriv infine nelle sale, i critici si divisero. Il Johannesburg Star lo giudic un trionfo, pronosticando che avrebbe fatto meraviglie per la citt sul palcoscenico mondiale. Il Los Angeles Times scrisse:  tutto ci che le persone hanno in mente quando parlano di un vero film. L'eroe  eroico, l'eroina bellissima e spiritosamente sexy, i cattivi smodatamente cattivi, i personaggi rudemente pittoreschi. Possiede finalit, ampia portata, sorpresa. Ha pi impatto di un incontro da quindici round e buoni sentimenti da vendere.  un catalogo di viaggi per il Sudafrica e un affascinante elaborato audiovisivo sull'estrazione dell'oro.
Altri non rimasero altrettanto entusiasti. Il critico del New York Times Vincent Canby insinu che la scena iniziale fosse stata ripresa attraverso un bicchiere di brandy perch il regista Peter Hunt era imbarazzato dal contenuto del film e stava cercando di nasconderlo mentre il Wall Street Journal fu solo leggermente meno denigratorio: secondo il suo critico Joy Gould Boyum la pellicola non era riuscita perch si sofferma troppo a lungo su sentimento, sesso e paesaggio sudafricano e quindi perde il ritmo serrato essenziale in questo tipo di film. Quando venne distribuito negli Stati Uniti le aspettative erano ormai talmente basse che fu necessario proiettarlo con la formula due spettacoli al prezzo di uno.
Visitai il set e mi divertii a trascorrere del tempo con Roger Moore e Susannah York. Giudicai Susannah una delle donne pi graziose che avessi mai visto. Quando nel 2011 mor tragicamente di tumore alle ossa, il Telegraph di Londra la ricord come la tipica bellezza inglese con occhi azzurri, pelle di porcellana e bocca a bocciolo di rosa che simboleggiava la sensualit dei ruggenti anni Sessanta. Sul set avevamo fatto tutti amicizia e una sera, mentre eravamo insieme in un night-club di Johannesburg, la invitai a ballare. Danzammo per un po', stringendoci sempre di pi, e cominciai a pensare che quella sarebbe stata la mia serata fortunata... E poi, verso mezzanotte e mezzo, Roger comparve accanto alla sua spalla e disse: "Okay, Sue, ragazza mia. Credo sia ora di andare a letto, domani dobbiamo girare. Vieni". La prese per un braccio e la port via. Fu una delle pi cocenti delusioni della mia vita. Non arrivai mai pi cos vicino a odiare Roger Moore, sempre che fosse possibile odiare un tizio cos amabile.
Il relativo fiasco di Gold non scoraggi Michael Klinger, e nemmeno Roger Moore, che sarebbe tornato due anni dopo, quando la versione cinematografica di Ci rivedremo all'inferno arriv nelle sale.
Nel frattempo vi fu il lancio dell'unico copione originale da me scritto che abbia mai avuto una trasposizione cinematografica, The Last Lion, di cui avrei poi fagocitato la trama per il mio romanzo del 1989 L'ultima preda. Il film era interpretato da Jack Hawkins, Karen Spies e David van der Walt, e diretto da Elmo Witt; la vicenda era incentrata su un milionario americano che, ormai malato terminale, intraprende un'ultima spedizione in Africa per raggiungere lo scopo della sua vita: dare la caccia a un leone.
Quando giunse il momento di girare Ci rivedremo all'inferno Peter Hunt torn sulla sedia da regista e stavolta a Roger Moore si un la leggenda di Hollywood Lee Marvin che, essendo stato un marine e membro di un gruppo di lite paracadutatosi dietro le linee giapponesi durante la Seconda guerra mondiale, rappresentava la scelta ideale per interpretare quel grande attaccabrighe di Flynn Patrick O'Flynn.
Anche se avevo ambientato il romanzo nell'Africa Orientale, il film sarebbe stato girato lungo la costa del Transkei sudafricano. Ancora una volta, prima che iniziasse la produzione, l'industria cinematografica inglese si mobilit contro quello che giudicava il nostro condonare le politiche sudafricane sull'apartheid lavorando in quel paese. Il sindacato ACTT si era pronunciato contro Klinger e la sua societ per aver girato Gold, vietando esplicitamente ai suoi membri di lavorare in Sudafrica. Se non avessero ceduto, il regista sarebbe dovuto andare a ingaggiare dei tecnici a Roma.
Alla fine la produzione cominci e l'intera troupe si trasfer a Port St Johns, sulla foce dell'Umzimvubu, nel Transkei. Era alloggiata in casette affacciate sul mare, ma l'idilliaco ambiente circostante non riusciva a mitigare la situazione politica ostile. Il sindaco della zona fece sapere che se la produzione avesse organizzato una festa invitando dei neri saremmo stati buttati fuori dalla citt.
Passai parecchio tempo sul set di Ci rivedremo all'inferno. Roger aveva portato con s la sua affascinante moglie Luisa, che era tipicamente italiana: fiera, appassionata e chiassosa. Mi terrorizzava. Ma fu soprattutto con Lee Marvin che feci amicizia. Si rivel straordinario nella vita tanto quanto sullo schermo, dominando il set con il suo ritratto di Flynn O'Flynn. Il suo magnetismo davanti alla macchina da presa era pari al suo entusiasmo ferino nella realt. Era un tipo imprevedibile, rissoso, capace di dare filo da torcere a chiunque, la sua vita pittoresca come quella di tutti i personaggi che interpretava sullo schermo.
La leggenda voleva che quando Lee aveva bevuto un bicchiere di troppo gli si arrossassero gli occhi. Roger rimase quasi vittima di questa caratteristica del collega durante la scena principale del film: una scazzottata gloriosamente brutale e sanguinosa fra il Sebastian di Roger e l'O'Flynn di Lee. Aveva un andamento complesso, le varie mosse erano state provate e riprovate pi volte in modo che ognuna di esse fosse perfetta, ma quando si diede il ciak per la prima ripresa Roger vide gli occhi di Lee diventare rossi. Qualsiasi cosa lui avesse bevuto in camerino, lo aveva portato oltre il limite: adesso era ubriaco e palesemente convinto di essere coinvolto in una vera zuffa. Divenne una delle migliori scene di lotta mai girate, i pugni di Lee che sfiorano il naso di Roger con un sibilo mentre lui cerca disperatamente di eluderli, il pi autentico ritratto di un uomo furibondo che cerca di stendere l'avversario che si potr mai vedere.
L'amore di Lee per la vodka caus parecchi incidenti imprevisti e divertenti durante le riprese. In una particolare occasione lui teneva in braccio la bimba che interpretava la figlioletta di Roger ma che in realt non era una femminuccia: non eravamo riusciti a trovarne una a Port St Johns, quindi avevamo dovuto accontentarci di un maschietto. Nella scena era previsto che O'Flynn la prendesse in braccio per la primissima volta, facendole delle moine, ma Lee dimentic di reggere la testa del bimbo, che rischi quindi di finire nel fango. Poi il piccino, che fino a quel momento aveva ululato come un vento forza dieci, divenne di colpo placido e silenzioso come se si fosse addormentato. All'inizio tutti si stupirono che Lee avesse avuto quell'effetto magicamente tranquillizzante su di lui, ma il motivo era semplice: gli aveva alitato addosso vapori di vodka, stordendolo all'istante.
In altre occasioni, spronato dall'alcol che gli circolava nell'organismo,
Lee esib un'audacia che rasentava l'incoscienza. In una scena girata nel Kruger National Park, dove si doveva riprendere O'Flynn nelle vesti di bracconiere in cerca d'avorio, avevamo sparato un dardo di sonnifero a un elefante cos che, mentre si svegliava, potessimo filmare Lee e Roger che fingevano di sparargli. Quando il pachiderma si dest, disorientato e rabbioso come capita talvolta a questi animali, Roger e il resto del cast - compreso Ian Holm, che interpretava il servitore e portatore muto di O'Flynn, Mohammed - girarono sui tacchi e corsero all'auto prima di essere calpestati dall'enorme animale indignato. Lee invece, reso impavido dai drink, rimase al suo posto. Dimentico che il fucile era caricato a salve per il film, si vedeva come il grande cacciatore bianco e voleva affrontare da solo l'elefante, che per fortuna alla fine si allontan, come spesso fanno questi pachidermi alla vista di un fucile.
Un'altra volta, avendo alzato di nuovo il gomito, Lee priv un solerte stuntman del suo salario quotidiano esibendosi lui stesso in una scena rischiosa. Secondo gli abitanti della zona l'Umzimvubu era infestato di squali e il copione prevedeva che il personaggio interpretato da Lee attraversasse il fiume a nuoto per raggiungere il relitto della Blcher sulla riva opposta. Il piano prevedeva che venisse sostituito da Larry Taylor, una controfigura esperta, quindi le uniche scene con Lee che ci servissero erano quelle in cui si tuffava in acqua e cominciava a nuotare, dopo di che avrebbe continuato Larry. Ma non appena lui entr nel fiume, il suo antico addestramento da marine prese il sopravvento e Lee, ignorando le grida di regista e troupe, cominci a nuotare con vigorose bracciate, inarrestabile, fino a raggiungere il relitto sulla riva opposta. Furibondo, Larry si rimise la camicia e si allontan a grandi passi; era forse l'unico uomo nella storia ad aver perso un giorno di paga per colpa della spavalderia alcolica della leggenda che era Lee Marvin.
Una volta terminate le riprese, i membri del cast e della troupe andarono ognuno per la propria strada. Vi fu un ultimo urr per Lee quando, cambiando aereo a Fiumicino mentre tornava a casa, si ritrov assediato da un gruppo di fanatici turisti giapponesi che volevano un autografo e, con l'alcol che gli pompava nuovamente nelle vene, ebbe un attacco di stress post-traumatico legato ai ricordi di quando aveva combattuto in Giappone durante la guerra e corse a gambe levate fuori dal terminal strillando come un ossesso.
Circa otto anni dopo, quando il film era ormai entrato e uscito dalle sale, lo rividi in Australia, dove ero andato per pescare il marlin gigante lungo la grande barriera corallina. Per puro caso anche Lee si trovava l. Fu un'esperienza indimenticabile. Individuavamo l'enorme pinna falciforme del marlin da quasi un chilometro di distanza, poi ci avvicinavamo. Usavamo come esca un tombarello da due chili e io osservavo sbalordito quando il marlin lo vedeva e poi lo attaccava con una torsione selvaggia del suo enorme rostro. Non appena sentiva l'amo impazziva, la canna da pesca si inarcava di scatto e il gigantesco mulinello strideva. Assicurato al sedile dell'imbarcazione assorbivo con le gambe tutta la violenza della furia del pesce quando saltava fuori dal mare come un siluro, danzando e camminando sulle onde grazie ai movimenti spasmodici della pinna caudale.
Lee e io passavamo le giornate sulla barriera e la sera facevamo baldoria nel porto. L'ultimo giorno pescai un marlin nero del peso di quattrocentosessanta chilogrammi e lungo quattro metri. Venne appeso nel porto e io scoppiavo di orgoglio; grazie a quella cattura ero appena diventato membro del leggendario International Game Fishing Association Thousand Pound Club. Lee torn sulla costa circa un'ora dopo, aveva saputo della mia pesca fortunata e venne sul pontile a dare un'occhiata.
"Non male per un novellino" disse in tono strascicato. "Ora vieni a vedere un vero pesce..." Raggiungemmo la sua barca ormeggiata, sul cui ponte spiccava un esemplare di marlin mostruoso che pesava quasi cinquecentocinquanta chili.
"Non importa, figliolo" aggiunse lui. "Lascia che ti offra un drink, cos potrai commiserarti come si deve."
Quella sera imparai a non tentare di bere quanto Lee Marvin: era un altro gioco nel quale ero un autentico principiante.
I critici accolsero Ci rivedremo all'inferno molto meglio di Gold, Lee Marvin ricevette recensioni entusiastiche per la sua performance nelle vesti del beone O'Flynn mentre Roger fu elogiato per aver sfoggiato la stessa arguzia ironica ed elegante che aveva mostrato nei film di James Bond. Eppure quello sarebbe stato l'ultimo grande film a essere tratto da uno dei miei libri. Lavoravo come sceneggiatore sin dall'inizio della mia carriera e mentre Ci rivedremo all'inferno veniva distribuito io ero pagato per scrivere la sceneggiatura di Un'aquila nel cielo, ma mi sentivo sempre pi a disagio nel mondo del cinema. Un giorno venni convocato a una riunione per discutere della sceneggiatura, un'assoluta novit per me che avevo sempre considerato la scrittura un'attivit da svolgersi con solitaria ostinazione. Mi ritrovai in una stanza in cui una decina di persone stavano esponendo le loro opinioni, sforzandosi di far sentire la propria voce e ciascuna cercando di tirare la storia in una direzione diversa. A un'estremit della sala, il produttore impose il silenzio mentre dichiarava aperta la riunione.
"Signori" cominci a dire, rivolgendosi agli editor del copione, "dovremo faticare parecchio per dare un senso a queste scemenze..." Io ero seduto in un angolo e alzai gli occhi, studiandolo attentamente. In quell'istante imparai una lezione molto importante: nel mondo del cinema lo scrittore non dimora in cima all'Olimpo come succede nel mondo dei romanzi, bens si trova sul fondo fra gli invertebrati, l'ultimo della catena alimentare. Fu l'inizio della fine del mio rapporto con Hollywood.
Era arrivato il momento di fare il punto della situazione. Mi stavo godendo la ricchezza e l'attenzione che accompagnano il patto con il diavolo di Hollywood, ma non mi era sempre piaciuto veder trarre dei film dai miei libri. Apprezzavo alcuni dei personaggi nelle pellicole, per nessuno di loro era come lo avevo immaginato mentre scrivevo. I personaggi dei miei romanzi erano persone reali, per me. Trascorrevo insieme a loro lunghi e intensi periodi della mia vita. Avevo creato loro e le rispettive famiglie, sapevo che aspetto avevano, come parlavano, come avrebbero reagito in qualsiasi circostanza. Esiste un rapporto diretto e privo di ostacoli fra uno scrittore di romanzi e i suoi lettori, un'onest, se si vuole. Quando uno spettatore guarda un film vede il risultato del lavoro di diverse persone, una collaborazione fra attori e regista, innumerevoli produttori, operatori cinematografici, truccatori, scenografi, tecnici delle luci e molti altri. Ma quando un lettore si siede con un libro ci siamo soltanto io che racconto una storia e lui che la ricrea nella propria immaginazione. Nella transizione dalla pagina allo schermo si perder sempre qualcosa di importante, una specie di fiducia. Era stato divertente finch era durato, ma quello non era un mondo adatto a me.
Dopo Ci rivedremo all'inferno passarono quindici anni prima che una delle mie opere tornasse sullo schermo. In quell'intervallo di tempo i diritti cinematografici dei miei libri vennero comprati e ricomprati, ma fu soltanto nel 1991 che La spiaggia infuocata, uno dei miei pi recenti romanzi sui Courtney, divenne un film per la televisione, La montagna dei diamanti. In seguito L'orma del califfo, Il settimo papiro e Cacciatori di diamanti avrebbero avuto una nuova vita come miniserie televisive, ma io avevo smesso ormai da tempo di essere attivamente coinvolto nella produzione. Non lo sono tuttora. Non ho mai alcun problema a vendere a terzi i diritti sui miei romanzi - con alcuni l'ho fatto varie volte - ma dal punto di vista di uno scrittore l'opzione migliore  vendere i diritti, prendere i soldi e sperare che non venga realizzato nessun film che potrebbe rovinare il suo lavoro.
Una delle lezioni insegnatemi da Charles Pick era che dovevo lavorare con il cuore, scrivendo sempre e solo quello che volevo davvero scrivere. Negli ultimi anni, apparentemente, mi ero discostato da quell'ideale. Le lusinghe di Hollywood, la tentazione di vedere i miei personaggi sul grande schermo interpretati dagli idoli dell'epoca - Roger Moore, Lee Marvin, Michael Caine e altri - mi avevano corrotto. Per quanto andassi fiero di Una vena d'odio, Ci rivedremo all'inferno e Cacciatori di diamanti mi rendevo conto che erano il prodotto di un giovane scrittore troppo innamorato del grande schermo. Inconsciamente avevo inseguito il sogno dell'adulazione hollywoodiana e sentivo che stavo cominciando a scrivere copioni invece che romanzi. Era solo il primo passo, perch poi sarei diventato uno scrittore a noleggio, qualcuno a cui un regista e un produttore dicevano cosa scrivere. Hollywood  un macchinario turbo che funziona solo saltuariamente. Poteva essere eccitante quando le varie componenti funzionavano tutte insieme, ma spesso vedevi il tuo lavoro fatto a pezzi e i tuoi meriti sottratti, il progetto restava bloccato nell'inferno dello sviluppo e tu rimanevi con una secchiata di rimpianto e l'ego ammaccato. Inoltre avevo frequentato i set cinematografici abbastanza per conoscere la verit sul cosiddetto fascino del cinema: di solito  una noia mortale. Non succede granch e, a meno di essere uno dei pezzi grossi, non c' niente da fare a parte restarsene seduti e dire sciocchezze.
Era stata un'esperienza piacevole, ma ero convinto di meritare qualcosa di pi. Ero un romanziere, non uno sceneggiatore. Avevo adorato il cinema, da bambino - c'era stato un cinema nel Copperbelt e il cineclub Saturday Night Cinema quando studiavo e vivevo alla Michaelhouse - per non aveva mai oscurato i libri, nella mia vita. Erano i romanzi il mio mestiere. Appartenevo alla narrativa; ritmo, personaggi, atmosfera, colpi di scena, drammaticit, ambientazione, descrizione, dnouement erano le componenti che mi rendevano pi felice. Cominciavo a sentirmi in trappola, vincolato come non lo ero mai stato prima. Sin da quando una casa editrice aveva accettato Il destino del leone la mia mole di lavoro era sempre stata cospicua. I miei editori si aspettavano che scrivessi un libro all'anno - e giustamente, visto che era l'unico modo per costruirsi una solida reputazione - fornendo al mio pubblico opere regolari e di qualit. Io volevo avvicinarmi alla scrittura come un professionista, creando un rapporto di fiducia fra me e i lettori, ma ero stato sedotto dall'attrattiva di Hollywood, del suo scintillante patto faustiano, e ormai ero pericolosamente vicino al restare intrappolato in una routine da scrittore. Ero arrivato al punto in cui la scrittura - che per me era stata cos a lungo una passione, il mio primo e unico vero amore - rischiava di diventare un lavoro ripetitivo e ingrato.
Ma avevo un'idea per un nuovo romanzo che avrebbe cambiato le cose e mi avrebbe consentito di uscire dalla fabbrica di Hollywood. Scriverlo avrebbe significato tornare a uno dei ricordi pi tormentosi della mia infanzia.
Nel crepuscolo sempre pi buio l'auto si ferm sobbalzando e, sul sedile anteriore, mio padre si volt. "Siamo arrivati" annunci. "Wilbur, alzati e scendi." Era il 1941 e io avevo otto anni.
La sera incipiente era silenziosa e tranquilla. Aiutai la mia sorellina di sei anni a scendere dall'auto e levai gli occhi verso la serie di monoliti in pietra simili a gigantesche sentinelle.
Le rovine ricoperte di vegetazione apparivano mostruose e sinistre mentre le ombre del crepuscolo strisciavano verso di noi, sfoggiando volti umani. Il vento che soffiava sopra le torri pi alte somigliava al mormorio di fantasmi di secoli passati. Mi chiesi quali segreti si celassero nel buio. Mia sorella si accosci accanto a me, come se preferisse non vedere.
Avevamo raggiunto Great Zimbabwe, i resti di un'antica citt sulle colline sudorientali dello stato, nei pressi del lago Mutirikwi e della cittadina di Masvingo. Nella tarda Et del ferro era stata la capitale del regno dello Zimbabwe e attualmente costituiva il pi grande delle varie centinaia di complessi di rovine noti come zimbabwe sparsi in quello che all'epoca era l'Highveld della Rhodesia. Eravamo arrivati l al calar del sole perch mia madre era affascinata dal mondo antico.
Oggi il sito archeologico di Great Zimbabwe attira turisti da tutto il mondo, ma nel 1941 quello era solo un altro angolo di Africa trascurata, lasciato alla merc della natura selvaggia che lo stava rivendicando. Gli europei scoprirono quel mondo perduto verso la fine dell'Ottocento, ma si preferiva non riconoscere ufficialmente che un tempo l era sorta una citt fiorente. Il governo rhodesiano, ansioso di proteggere a tutti i costi la Rhodesia come enclave europea, stava facendo pressioni su accademici e archeologi affinch negassero che la splendida citt fosse stata costruita da indigeni africani. Ma qualsiasi scolaretto riusciva a capire che quello era stato il fulcro di un regno con signori della guerra e consiglieri, mercanti e soldati, e forse schiavisti e schiavi. Scava nella storia dell'Africa, mi aveva insegnato mia madre, e quello che troverai si riveler pi fantastico di qualsiasi opera d'invenzione.
Mio padre ci fece strada. Le rovine si estendevano per chilometri, le colline sormontate da quelle che un tempo erano state piccole torri, ma l nel cuore dell'antica citt c'era soltanto un edificio gigantesco, una fortezza costruita con pietre di immani dimensioni. Percorremmo passaggi invasi dalla vegetazione in mezzo a muri crollati, attraversando un grande spazio cintato in cui l'aria sembrava stranamente ferma.
Percepii un senso di comunione con il passato, con gli intangibili miti della storia. Ogni fruscio nella notte diventava lo scalpiccio di uno spirito maligno, ogni ombra nel chiaro di luna diventava l'avvicinarsi di un fantasma intenzionato a farci del male. Ben presto la mia sorellina si mise a piangere. Tentai di consolarla, ma pi il tempo passava e pi le mie riserve di forza si sgretolavano. Non temevo nessuna cosa materiale. Forse avevo la mente troppo piena di H. Rider Haggard e della sua strega condannata, Colei cui si deve obbedire, ma a lasciarmi impietrito quella sera era l'ultraterreno, l'irreale.
Archeologi e antropologi avrebbero passato l'intera carriera a dibattere su quale tipo di civilizzazione avesse dato origine a quelle rovine, cercando di stabilire se fosse la sede del popolo dei gokomere, gli antenati degli shona dello Zimbabwe oppure delle trib che un giorno si sarebbero chiamate lemba o venda. Secondo qualcuno la citt aveva fra i cinquecento e i mille anni, e guerra, carestia, pestilenza o catastrofe naturale ne avevano decimato la popolazione e decretato la rovina. Non c'era niente di certo.
Trent'anni dopo, nel 1971, ero seduto sul mio camper nelle Bvumba, le Montagne della Nebbia (bvumba  la parola shona che significa appunto nebbia) situate sul confine fra la Rhodesia a ovest e il Mozambico a est.  un luogo magnifico, spesso ammantato dalla foschia del primo mattino, che durante il giorno scompare rivelando i monti azzurro-verdi con viste spettacolari, le lussureggianti foreste che echeggiano del canto degli uccelli. La nebbia inghirlandava i promontori mentre fitti boschi di miombo rivestivano le scarpate, celando parzialmente il profumo delle piccole piantagioni di caff nelle valli sottostanti. Ero andato l per cercare la solitudine di cui avevo bisogno per scrivere. E anche per riprendermi l'indipendenza, recuperare la mia anima. Il decennio precedente era stato cos incredibilmente impegnativo, cos pieno di obblighi, richieste e ambizioni personali che stavo rischiando di smarrirmi. Il manoscritto di fronte a me era completato solo per met ma gi molto pi corposo dei thriller che avevano consumato i miei ultimi anni. Ci rivedremo all'inferno, Una vena d'odio e Cacciatori di diamanti erano stati letture roventi, ad alta tensione, con una trama adrenalinica come le pi riuscite storie di avventura, ed erano stati scritti con un enorme dispendio di energia emotiva. Avevo adorato scriverle, mi ero lasciato trascinare dalla drammaticit e dalla tensione dei loro mondi, ma volevo assolutamente che il nuovo romanzo, L'uccello del sole, fosse qualcosa di diverso. La sfida mi intimidiva, per nella mia vita non c'era spazio per l'ennui artistico, per debolezze come il blocco dello scrittore o gli appelli all'elusiva musa dell'ispirazione. La mia musa era la voce di mio padre che mi diceva all'orecchio: "Datti una mossa, Wilbur, pigro figlio di puttana, c' del lavoro da fare".
L'uccello del sole sarebbe diventato la mia opera fino a quel momento pi ambiziosa e fantasiosa, e impossibile da trasformare in un film. Il germe dell'idea era nato dalla mia esperienza notturna di decenni prima a Great Zimbabwe e da quello che mi avevano detto gli spettri mentre si aggiravano fra le rovine. Stavo elaborando teorie tutte mie sulla storia del luogo e immaginando la mia perduta citt di Opet, fondata da esuli cartaginesi spintisi a sud dopo aver subito le razzie dei Romani in Nordafrica. Sarebbero arrivati l attraverso Gibilterra, scendendo lungo un'antica rete fluviale ormai asciutta, fino a raggiungere il possente Nilo, la culla della civilt. Immaginavo che avessero attraversato il deserto del Namib, come un giorno avrei fatto io, e nel Botswana avessero trovato una fantastica civilt, mandata in rovina da un re crudele e destinata a essere riscoperta dopo millenni. Il romanzo, costituito da una vicenda in due parti intervallate da duemila anni, sarebbe stato molto pi ambizioso e ricco di qualsiasi cosa avessi scritto fino a quel momento.
Avevo consegnato L'uccello del sole alla mia casa editrice con profonda trepidazione. Era diverso da qualsiasi cosa io avessi mai creato, un'autentica epopea per portata e lunghezza. Avevo costretto la mia immaginazione a addentrarsi in un territorio che non avevo mai esplorato prima. Gli altri miei romanzi erano scarni, al confronto: L'uccello del sole era lungo quanto i due precedenti messi insieme. Eppure super ogni mia aspettativa. Ancor prima della pubblicazione i pre-ordini erano quattro volte pi cospicui che per qualsiasi altro mio libro. Ero immensamente grato e sollevato per il rispetto che i miei editori avevano dimostrato verso di esso. Quando i miei editor lo lessero per la prima volta ne rimasero entusiasti.
Narra la storia del dottor Benjamin Kazin, un accademico gobbo, e della sua ricerca, insieme all'assistente Sally, delle tracce di una perduta civilt nel cuore dell'indomito Botswana. Schernito dai colleghi, Kazin  convinto che un tempo l sia esistito un insediamento fenicio e, spronato da foto aeree che ritiene confermino la sua teoria, si impegna nel tentativo di trovare quella citt perduta e alla fine realizza una straordinaria scoperta archeologica. Mentre lui si batte contro indigeni ostili e terroristi assassini, spettacolari pitture rupestri indicano l'esistenza di un'antica civilt annientata molti secoli prima da un violento cataclisma. Solo a quel punto il romanzo mostra la sua vera anima: non appena il lettore viene rapito dalla ricerca di Ben, la vicenda torna indietro nel tempo di duemila anni, fino a una terra immaginaria.
Sin da bambino ero ossessionato dal fenomeno del sorgere e scomparire delle civilt: gli Egizi, i Romani, i Greci, persino il trionfo e il declino delle potenze coloniali in Africa. L'uccello del sole era un tentativo di catturare la drammaticit di quegli eventi burrascosi. La brutalit e il misticismo della vicenda scaturivano direttamente dai miei ricordi di H. Rider Haggard; la citt condannata di Opet derivava dai momenti di terrore vissuti nel crepuscolo sempre pi buio a Great Zimbabwe, mia sorella e io che ci facevamo piccini per la paura nella sera che ci avviluppava. Avevo preso il titolo - in originale The Sunbird, La nettarinia - dal mio amore per la natura e gli animali selvatici. Ho sempre adorato gli uccelli e la nettarinia  il mio preferito in assoluto. In Africa e in Asia ce ne sono centotrentadue specie diverse, e si spingono fino nell'Australasia Settentrionale; come i colibr, sono creaturine minuscole e dai colori accesi. Il mio giardino a Citt del Capo ne  pieno, con un prezioso nido di nettarinie piccole dal doppio collare accanto alla veranda. Chi ha un'indole incline alla spiritualit le ritiene messaggere di armonia, capaci di aprire il cuore e tirare fuori il meglio da ognuno di noi, ed  convinto che detestino la bruttezza e la discordia e volino sempre verso zone in cui regnano felicit e bellezza. Quegli uccellini hanno qualcosa di magico e nel corso degli anni sono stati i miei portafortuna.
L'uccello del sole mi infuse la sicurezza necessaria per creare sconfinati nuovi mondi sulla pagina. L'ironia fu che, com'era successo con molte altre mie opere, ad accaparrarsi i diritti cinematografici fu Michael Klinger, che tuttavia non sarebbe mai riuscito a girare la pellicola.
Con il passare degli anni sarei giunto a considerare L'uccello del sole un autentico spartiacque nella mia carriera. Gener persino una piccola tradizione: da quel momento in poi sull'angolo in basso a destra della copertina di ogni prima edizione rilegata dei miei romanzi  impressa una nettarinia. Battezzai Sunbird Hill la mia casa di Citt del Capo, ai piedi della Table Mountain.
 questa la cosa strana di un romanzo: trascorri lunghi mesi a dargli vita, ma a un certo punto sviluppa un'esistenza autonoma. Ci che inizia come immaginario pu talvolta diventare estremamente reale.
...
.
...
Inserto Fotografico.
...
.
...
Mio nonno Courtney James Smith: grande narratore di storie e fonte di ispirazione per il ciclo dei Courtney.
Mio nonno Courtney James Smith (al centro).
Mia madre, Elfreda, era il mio angelo custode.  stato il suo amore per la lettura a introdurmi al magico mondo della parola scritta.
Mio padre Herbert (al centro). Per me significava tutto. Era il mio idolo.
I miei genitori durante una gita.
La casa in cui ho trascorso l'infanzia, in quella che al tempo era la Rhodesia settentrionale.
Il giovane Wilbur (a).
Il giovane Wilbur (b).
Mio padre con il suo biplano Tiger Moth prima di uno dei suoi viaggi di ricognizione per individuare i migliori terreni di caccia per il nostro safari annuale.
Insieme a mio padre, che aveva coraggiosamente abbattuto tre leoni da solo... una foto che tengo ancora oggi sulla scrivania.
A scuola, quando frequentavo la Michaelhouse, la lettura era il mio unico rifugio.
Di nuovo a casa per le vacanze scolastiche.
Il successo: la firma del contratto per Il destino del leone.
Con il mio primo editore, l'amico e poi anche agente Charles Pick.
Mentre ricevo da Charles Pick il Pan d'oro per aver superato il milione di copie vendute con un singolo libro. Da allora ho avuto la fortuna di poterne collezionare parecchi!
In giro per l'Europa a presentare Il destino del leone.
Circondato da montagne di miei libri.
Mi  sempre piaciuto incontrare i fan ai firma-copie.
Una delle mie prime interviste.
La mia isola privata.
Mentre mi godo i frutti del successo.
Con Lee Marvin e Roger Moore durante le riprese di Ci rivedremo all'inferno.
A un party con Roger Moore e Susannah York, che recitavano in Gold - Il segno del potere, adattamento cinematografico di Una vena d'odio.
Una passione per la pesca (a).
Una passione per la pesca (b).
Ho avuto la fortuna di vivere molte avventure nel corso della mia esistenza. Le vacanze a Durban, durante l'infanzia, hanno acceso in me la passione per la pesca, che continua tuttora.
Mentre faccio ricerche per i miei romanzi ambientati nell'Antico Egitto (a).
Mentre faccio ricerche per i miei romanzi ambientati nell'Antico Egitto (b).
Ho avuto la fortuna di avere un grande successo in Italia nel corso degli anni: ricevere le chiavi della citt di Milano  stato un onore che non dimenticher mai.
La mia compagna, amante, migliore amica, anima gemella e moglie Mokhiniso Rakhimova Smith (a).
La mia compagna, amante, migliore amica, anima gemella e moglie Mokhiniso Rakhimova Smith (b).
Mia moglie e io ci godiamo il tramonto.
...
.
...
FINE Parte 1.